reprime i fedeli

Una repubblica basata sulla fede che reprime i fedeli ]]. [ I figli di Adamo sono membra dello stesso corpo Perché nella creazione ricevono tutti l’identica natura Quando sventura getta un membro nel dolore alle altre membra non resta più riposo Oh tu che non ti curi del dolore altrui Certo non meriti d’esser chiamato Uomo! Saadi (12001292)
] La legittimità della Repubblica Islamica viene dalla fede. Il paese ha come religione di stato e fonte delle proprie leggi la fede sciita duodecimana. Si potrebbe pensare che in uno stato che trae la propria legittimità dalla fede, ci sia posto e rispetto per le altre fedi, o almeno per le religioni abramitiche. Non è precisamente così. In Iran sono poco tollerati anche i sunniti, pur essendo la corrente maggioritaria dell’islam, e così i seguaci delle varie scuole mistiche e sufi, anche loro musulmani. Questo, per non parlare degli ebrei, dei cristiani e degli zoroastriani, seguaci dell’antica religione dei persiani. Questi fedeli, pur appartenendo a religioni ufficiali e avendo diritto anche ad alcuni seggi nel Majlis, il Parlamento, sono soggetti a forti restrizioni e notevoli discriminazioni. Di fatto, il sistema politico della Repubblica Islamica riconosce la fede sciita duodecimana come quella “giusta”, le altre religioni sono considerate “sbagliate”. Questo per non parlare di altre fedi, come per esempio la religione Baha’i o il buddismo che sono dichiarate fuorilegge nella Repubblica Islamica. Sfogliando le sentenze di condanna di molti oppositori, soprattutto militanti curdi o beluci, incontriamo spesso la parola mohareb, che tradotta letteralmente significa “nemico di Dio”. La condanna prevista per questo reato è la pena capitale. Un’altra accusa che fa tremare i dissidenti, è quella di essere considerati mortad, cioè apostata. Anche qui la pena prevista è quella capitale. è stato definito mortad un pastore evangelico di nome Yousef Nedarkhani, che attende in carcere l’impiccagione. è un mortad anche il rapper Shahin Najafi, che per sua fortuna vive protetto dalla polizia tedesca in Germania. La colpa del pastore Nedarkhani è quella di essere nato in una famiglia musulmana che ha deciso di cambiare fede e abbracciare quella cristiana. Shahin Najafi ha invece scritto una canzone nella quale, con un linguaggio satirico, parla con il decimo imam degli sciiti, Ali al Hadi al Naghi. Secondo le relazioni annuali che vengono diffuse sulle discriminazioni religiose nel mondo, la situazione nella Repubblica Islamica è peggiorata notevolmente negli ultimi tre anni e le minoranze religiose in Iran subiscono maggiori pressioni rispetto agli anni precedenti. Nell’ultimo rapporto annuale dell’organizzazione Open Doors, che esamina la situazione dei cristiani nel mondo, l’Iran è collocato al quinto posto nell’elenco dei paesi dove i diritti delle minoranze religiose non sono rispettati. Prima dell’Iran, in ordine, si trovano la Corea del Nord, l’Afghanistan, l’Arabia Saudita e la Somalia. Secondo la Ong iraniana Human Rights News Agency, il 2011 è stato un anno particolarmente duro per le minoranze religiose: 378 appartenenti alle fedi non sciite sono stati arrestati; 116 di loro sono stati condannati a 3.776 anni di carcere e a 250 colpi di frustate. Di questi, circa 260 erano musulmani che hanno aderito a varie chiese cristiane. In Iran la repressione colpisce soprattutto le chiese cristiane non etniche. I cristiani armeni e assiri godono di una maggiore libertà di azione, anzitutto perché difficilmente accettano conversioni, poi perché le loro cerimonie e la loro letteratura religiosa non è in lingua farsi, ma in armeno o assiro. Al contrario della chiesa cattolica assira o di quella ortodossa armena, le chiese evangeliche, presbiteriane, pentecostali e altre sono nel mirino perché formate quasi esclusivamente dai convertiti e perché praticano le loro cerimonie religiose in farsi e sono aperte a tutti, anche ai non cristiani. Si calcola che negli ultimi dieci anni, il numero dei convertiti a queste chiese abbia raggiunto il mezzo milione di persone. Quelli più duramente colpiti rimangono senza dubbio i seguaci della fede Baha’i. Dall’agosto del 2004 a oggi, secondo quanto riportato dal relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran, sono finiti in carcere 474 seguaci della fede Baha’i, 112 dei quali sono ancora detenuti. Nei 33 anni della Repubblica Islamica oltre 200 Baha’i sono stati fucilati. I seguaci di questa fede non possono frequentare le università né accedere a molte professioni. Da cinque anni i sette componenti del coordinamento delle associazioni dei Baha’i (tre donne e quattro uomini) si trovano in carcere. Devono scontare una pena di 20 anni. Un altro caso di cui si è occupata molto la stampa negli ultimi anni è quello dell’ayatollah Seyyed Mohammad Hossein Kazemeini Borujerdi, un esponente del clero sciita che predica la separazione della fede dallo stato e si è sempre espresso contro il concetto di velayat faghih (Guida Suprema). Borujerdi si trova in carcere dal 2006 per scontare una condanna a 11 anni. L’ayatollah Borujerdi, che ha seguaci in tutto il paese e anche all’estero, secondo quanto affermano le organizzazioni che si occupano dei diritti umani, è stato torturato in più occasioni e sottoposto a forti pressioni per pentirsi e riconoscere l’autorità dell’ayatollah Khamenei.
http://www.unacitta.it/flip/iran/index.html#/31/zoomed
Quaderno della Fondazione Alexander Langer Stiftung, Onlus ottobre 2012 Responsabile: Enzo Nicolodi Hanno collaborato: Nina Sadeghi, Mohsen Farsad, Sabri Najafi, Serena Rauzi, Edi Rabini Opera di copertina dell’artista iraniana Parastou Forouhar Fotoreportage di Enzo Nicolodi Poesie selezionate da Nina Sadeghi Grafica, impaginazione e realizzazione: Una Città soc. coop. – Forlì (www.unacitta.it) Stampa: Galeati, Imola (BO) Fondazione Alexander Langer Stiftung, Onlus – via Bottai/Bindergasse, 5 – (I) 39100 Bolzano/Bozen C.F. 94069920216 St. Nr. Tel. e Fax 39 0471 977691 info@alexanderlanger.net www.alexanderlanger.org Cassa di Risparmio/Südtiroler Sparkasse IBAN: IT91S0604511613000000555000 BIC: CRBZIT2B059 Realizzato con il contributo della Presidenza della Provincia di Bolzano – Ufficio Affari di Gabinetto

http://veromedioriente.altervista.org/esempi_sharia.htm

Qualche esempio della legge islamica Sharia Parte 1
Tante e tali scelleratezze non sono follie o perversioni individuali. Non sono gesti scomposti messi a segno da menti malate. Sono l’applicazione pratica di un’ideologia religiosa priva di pietà, di un credo senza scale di grigio avvitato in una spirale di violenza che non prevede null’altro se non la difesa dei propri simili e l’odio per tutti gli altri. >>

Come premessa bisogna dire che l'Islam non è una religione come il cristianesimo, né ha una storia o una ideologia paragonabile. Nell'Islam non c'è alcuna differenza tra Stato e religione, quindi ogni paese a maggioranza islamica diventa una teocrazia, cioè un paese governato dalle leggi islamiche, che si chiamano Sharia e sono qualcosa di completamente diverso dalle leggi dei Paesi Europei o Americani. Lo scopo dell'Islam è sempre stato lo stesso: conquistare il mondo e sottometterlo alla Sharia, e tuttora viene perseguito con molto impegno, usando anche l'arma dell'immigrazione. Alla Sharia devono sottomettersi tutti, anche le persone di altra religione come i cristiani.

Come spiegato qui, nel Cristianesimo ci sono due autorità, Dio e Cesare, la Chiesa e lo Stato. Nell'Islam fino a poco tempo fa non c'era distinzione tra le due istituzioni. In arabo non esistono le parole "laico" ed "ecclesiastico", "sacro" e "profano", "spirituale" e "temporale" perché, spiega Lewis, la dicotomia che esprimono, profondamente radicata nel pensiero cristiano, è rimasta sconosciuta fino a tempi relativamente recenti e ci è arrivata come prodotto di un'influenza esterna.

L'ebraismo si fonda su Mosè che ha liberato il suo popolo, ma il profeta non è riuscito a entrare nella Terra promessa. Cristo è morto sulla Croce e i suoi seguaci sono stati perseguitati per secoli fino alla conversione di un imperatore romano. Maometto, invece, profeta e fondatore dell'Islam, è morto da generale vittorioso e da capo di uno stato che in poco tempo si è trasformato in un impero. Da comandante in capo del mondo islamico, Maometto guidava eserciti, dichiarava le guerre e siglava la pace, imponeva le tasse e raccoglieva le imposte, stabiliva le leggi e le faceva applicare. Nella tradizione islamica, religione e stato sono la stessa identica cosa. Potere e fede non sono scindibili, a differenza delle altre religioni abramitiche.

Il Cristianesimo è cresciuto nel momento del crollo di un impero. La Chiesa ha dovuto creare le sue istituzioni per far fronte al declino di Roma. L'Islam, invece, è prosperato come collante e base di un vasto impero fondato sui suoi principi. Nel mondo cristiano il potere di governo proviene dal popolo o, nel caso delle monarchie, dal legame dinastico. Nell'Islam arriva direttamente da Dio. Il capo di governo nel mondo islamico è anche l'autorità religiosa. Le leggi sono volontà di Dio. Rispettarle diventa un obbligo religioso. La disobbedienza è un peccato, non solo un crimine.

I fondamentalisti islamici non esistono, spiega Lewis. Il concetto di fondamentalismo è cristiano. È un concetto nato negli Stati Uniti per definire le chiese che si differenziavano dal mainstream protestante per una maggiore obbedienza alla letteralità dei testi sacri, senza la mediazione di una casta ecclesiastica. Nell'Islam su questo non c'è discussione: tutti, moderati ed estremisti, credono, praticano e accettano la divinità del testo coranico. Il Corano è la parola di Dio, è stato scritto direttamente da Maometto su dettatura di Allah. In alcuni stati islamici, come Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Yemen e Emirati, la sharia è la fonte primaria delle leggi. In altri paesi musulmani è vietato approvare leggi contrarie ai principi fondamentali dell'Islam. In Iran, una bambina di 9 anni può essere data in sposa. Nove anni. Non è stupro, perché è l'età di Aisha quando sposò il cinquantenne Maometto.

La visione della Sharia diffusa tra i non mussulmani è qualcosa di fortemente distorto, sembra quasi che la gente la equipari alle leggi delle democrazie occidentali, finendo così completamente al di fuori dalla realtà. Pertanto, qui di seguito si faranno degli esempi pratici della legge islamica Sharia.
Forse l’occidente dovrebbe capire che un islamista è un islamista e che una mente libera e rispettosa della libertà è tutt’altra cosa. Non esiste l'Islam moderato, l'estremismo islamico, l'Islam politico, l'Islam radicale, l'Islam militante, ecc.: sono tutti termini inventati dall'Occidente per restare nel politicamente corretto tanto caro alla cultura moderna.
È vero che esistono musulmani che si dichiarano sinceramente moderati, dice Wilders, che lo siano veramente a lui va bene, ma l’islam in sé non lo è per niente.
L'Europa e l'Italia in un futuro prossimo dovranno fare i conti con gruppi numerosi che vorranno imporre leggi che consentiranno cose come le seguenti.

Nota: nelle pagine successive sono disponibili ulteriori approfondimenti.


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=41615

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 28/09/2011, a pag. 23, l'articolo di Cecilia Zecchinelli dal titolo " Guidava l'auto, 'multata' con dieci colpi di frusta ". Da LIBERO, a pag. 19, l'articolo dal titolo "Perseguitata a 13 anni per un errore a scuola". Da REPUBBLICA, a pag. 19, l'articolo di Vincenzo Nigro dal titolo " Impiccate quel pastore cristiano ".
Ecco i pezzi:

CORRIERE della SERA  Cecilia Zecchinelli : " Guidava l'auto, 'multata' con dieci colpi di frusta "

«Siamo sorprese, scioccate, furiose. Non hanno voluto che la nostra gioia durasse più di un giorno, è una notizia terribile per noi saudite e per tutti gli uomini che appoggiano la lotta per arrivare alla parità». Najla Haddad, capo della campagna Biladi (mio Paese) per il diritto al voto delle donne in Arabia, al telefono da Gedda commenta a caldo l'ultima notizia: la condanna a dieci frustate di una giovane donna, Shayma Ghassaniya, per aver guidato in luglio nel Regno.
Una cosa mai successa nel solo Paese al mondo che proibisce alle sue cittadine di prendere il volante, nonostante non esistano leggi in proposito, solo un vago editto religioso e il rifiuto delle autorità di rilasciare loro patenti. Una doccia fredda dopo l'annuncio di re Abdullah, domenica, che le saudite potranno votare e candidarsi alle amministrative nel 2015, concessione che la stessa Najla aveva salutato come un «primo passo» nonostante per molti (e molte) sia troppo poco e lontana nel tempo.

«Il giudice di Gedda che ha condannato Shayma alla frusta ha lanciato un chiaro messaggio: voi donne siete sempre sotto il nostro controllo, non illudetevi. Ma è inaccettabile, come lo è il fatto che altre due guidatrici, Najla Hariri e un'altra, rischino ora la stessa condanna», continua Haddad, per la quale poco cambia che Shayma sia ricorsa in appello e la pena per il momento non venga inflitta. Finora, come per gli uomini sorpresi a guidare senza patente, la polizia si limitava a multare le saudite che osavano sfidare il divieto, per altro tutte in possesso (come Shayma) di patente internazionale.
Lo scorso 17 giugno erano state più di 200 a farlo: oltre alla multa, se fermate, avevano dovuto firmare un impegno a «non farlo mai più», i mariti (o padri) erano stati convocati in commissariato, qualcuna aveva passato un po' di giorni in cella. Ma nessun caso era finito in tribunale. E le frustate, previste dalla sharia solo per delitti gravi, non erano state nemmeno immaginate, anche se accanto al fiorire di pagine Facebook delle attiviste, negli ultimi mesi altre ne sono state create dai (tanti) sostenitori delle punizioni corporali per mogli o sorelle dai comportamenti «indecenti», guida compresa.

Proprio su Facebook, Twitter e via sms, la rabbia ieri è esplosa in Arabia. Intanto Mohammad Al Qathani, capo dell'Associazione per i diritti civili, da Riad denunciava l'arresto di un'altra guidatrice e la repressione di una miniprotesta di donne davanti al ministero dell'Istruzione, pure questo un inedito o quasi. «Ma molte di noi, e io concordo, preferiscono non sfidare apertamente il governo, la forza serve poco in questo Paese — sostiene Haddad —. Il che non significa rassegnarsi, anzi: stiamo mandando una petizione a re Abdullah perché intervenga nel caso di Shayma e ne eviti altri, lavoriamo su una nuova campagna. E visto che il diritto al voto è previsto solo per il 2015 abbiamo chiesto al sovrano che parte dei consiglieri che spetterà a lui nominare nei nuovi consigli comunali, già nei prossimi giorni, siano donne. Stiamo aspettando la sua risposta».


LIBERO  " Perseguitata a 13 anni per un errore a scuola "

Pakistan

Un errore d’ortografia, nella zona di Abbottabad, può costare una condanna per blasfemia e, in definitiva, la vita. Se Osama bin Laden aveva scelto come proprio rifugio quella località in Pakistan, dev’essere anche perché vi si pratica una versione particolarmente intollerante del’islam. Nella provincia nord occidentale di KhyberPakhtunkhwa, da circa una settimana, una ragazzina cristiana di 13 anni è stata costretta a fuggire con la propria famiglia dopo essere stata accusata di blasfemia dai fondamentalisti.
Faryal Bhatti, espulsa dalla scuola di Sir Syed nei pressi di Abbottabad, è stata minacciata di morte e oggetto diunaferoce campagna di odio religioso diffusa tramite sms. L’accusano di avere offeso il nome di Maometto durante un compito in classe, sbagliando a scrivere la parola “naat”, cioè “poesia di lode” in urdu e rendendola con “lanaat” (maledizione), anche se nella versione scritta i due termini sono molto simili. La ragazza sostiene che si sia trattato di un’in  comprensione.
Non le ha creduto l’insegnante Fareeda Bibi che, letta la parola offensiva, ha subito convocato Faryal per una ramanzina a cui è seguita una punizione fisica. L’incidente non si è fermato lì perchè la notizia si è poi propagata ai vertici dell'istituto e da qui negli ambienti integralisti islamici del quartiere. Dopo un serie di dimostrazioni, i fondamentalisti hanno chiesto alla scuola di denunciare la studentessa e di prendere provvedimenti più severi. Il preside ha quindi espulso l’adolescente, mentre la madre, infermiera, è stata licenziata.
Non contenti, i leader religiosi locali hanno quindi chiesto alla famiglia di lasciare la propria abitazione. La ragazza si trova ora in una località sconosciuta, ma l'interacomunità cristiana vive nel terrore La legge pachistana contro la blasfemia è una delle più severe al mondo, maè spesso usata per perseguitare le minoranze religiose. Attualmente Asia Bibi, madre di 5 figli, è detenuta in seguito a una condanna a morte inflittale nel novembre 2010 in seguito all’accusa di aver usato parole blasfeme durante un diverbio con delle musulmane.


La REPUBBLICA  Vincenzo Nigro : " Impiccate quel pastore cristiano "

Yousef Nedarkhani

Padre Yousef Nedarkhani, 34 anni, una bella moglie, due bambini di 9 e 8 anni, è un pastore evangelico. Iraniano. Oggi dovrebbe comparire ancora una volta in tribunale del suo paese, dove un giudice potrebbe confermare la sentenza di impiccagione per apostasia, condanna che gli era già stata comminata ma poi sospesa dal tribunale supremo iraniano. Nella cittadina settentrionale di Rasht, sul Mar Caspio, un giudice tornerà a chiedere a padre Yousef se è pentito di aver abbandonato l´Islam, se è pronto a ritornare alla religione dei suoi. Ma l´avvocato di Nadarkhani conosce già la risposta: ha detto che il giovane pastore ha rifiutato, e lo farà ancora. «Pentirsi vuol dire tornare indietro, ma dove dovrei tornare? Alla blasfemia di cui mi nutrivo prima della mia fede in Cristo?» aveva risposto con sfida il religioso durante l´udienza di domenica scorsa. Quando il giudice aveva insistito, chiedendogli semplicemente di abbracciare «la religione dei suoi genitori», padre Yousef aveva insistito secco «non posso».
La vera storia di padre Yosef Nadarkhani, non è solo una vicenda giudiziaria emblematica, una contesa in cui gli esecutori legali della Repubblica islamica prendono di mira i cristiani iraniani. Anche questa è figlia dello scontro fra religioni, culture, ideologie e comportamenti: ma all´essenza è anche la battaglia di un cittadino diverso, di una famiglia convinta e devota a qualcosa di differente dal potere dominante. Il suo avvocato, Mohammad Ali Dadjah, spiega che il giudice seguendo una interpretazione iraniana della sharia, la legge islamica, dovrà chiedere tre volte, in tre sedute diverse, di abbandonare Cristo per rientrare nella umma dell´Islam. Ma padre Yousef non vuole tradire Cristo, e neppure se stesso.
L´iter legale prevede che in caso di nuova condanna a morte, l´avvocato possa provare ancora a fare ricorso alla corte suprema iraniana. Ma se il tribunale rigettasse la possibilità del nuovo ricorso, già da domani in teoria il pastore evangelista potrebbe essere pronto per la pena di morte.
Padre Nadarkhani si era convertito al cristianesimo a 19 anni: di recente era diventato pastore di un gruppo cristiano evangelico che fa capo a una serie di chiesefamiglia, comunità in cui il culto cristiano viene custodito nel privato delle abitazioni. Fu arrestato per la prima volta nell´ottobre 2009 perché aveva rifiutato di insegnare l´Islam ai bambini cristiani nelle scuole iraniane. Era già stato condannato a morte per impiccagione un anno fa, verdetto che sembrava esser stato ribaltato in appello da una sentenza del tribunale supremo. Ma poi si è capito che la sentenza prevedeva che l´imputato rinnegasse appunto il suo credo, una scelta del tipo «pentiti o muori». Anche se membro di una chiesa diversa da quella di Roma, padre Yousef sarà evocato nelle discussioni che quattro parlamentari iraniani avranno in questi giorni in Vaticano: i quattro sono ayatollah membri del Majlis di Teheran, deputati e leader religiosi con cui papa Benedetto ha deciso di continuare il dialogo anche per difendere i cristiani in Iran.


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=9&sez=120&id=41616

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 28/09/2011, a pag. 13, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo "E ora i musulmani attaccano la croce sulla bandiera svizzera".

Sta per partire una grande campagna della lobby musulmana immigrata in Svizzera che conta ormai il 5 per cento della popolazione, 400mila immigrati, per cancellare il brand storico di quel Paese, la croce sulla bandiera. Quel simbolo offende il multiculturalismo, dice Ivica Petrusic, presidente di Second@plus, una lobby di stranieri di seconda generazione. Propone una bandiera con i colori verde rosso e giallo della repubblica elvetica del 1799, e fa notare che «somiglia a quella della Bolivia e del Ghana. Rappresenterebbe una Svizzera più progressista e aperta».
Boh, intanto genitori musulmani hanno ottenuto da un tribunale che i loro bambini frequentino le lezioni in «burkinis», un costume che copre tutto il corpo, e le donne cercano di andare in tutti i luoghi di lavoro col loro hijab. Ma la Svizzera combatte per la sua identità: un gruppo di supermarket ha osato proibire il hijab al lavoro, sollevando grandi onde; il segretario della comunità di Basilea è stato condannato per incitamento alla violenza quando ha detto in tv che le donne secondo la Sharia vanno picchiate quando sono indisciplinate. Una donna di 66 anni a Berna ha preso (solo) tre anni e sei mesi per aver incoraggiato il padre e i fratelli di sua nuora a ucciderla per motivi d’onore. Ed è noto che la Svizzera rifiutò con un referendum la costruzione dei minareti, 57,5 per cento del voto contro il 42,5. Ecco che avanza la grande battaglia per la bandiera: conserverà la sua croce? Anche sul temperino rosso, mi raccomando.


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=39132

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 31/03/2011, a pag. 17, l'articolo di Marina Verna dal titolo "Sharia in Bangladesh. 'Adultera' di 14 anni muore dopo 70 frustate".
A destra, Samuel Huntington

L’ avevano condannata a 101 frustate per aver avuto rapporti con un uomo sposato  uno zio, che l’aveva violentata. Hena Akhter aveva solo 14 anni e al settantesimo colpo non ha più retto: è stramazzata a terra, pesta e sanguinante. L’hanno portata in ospedale e lì è morta dopo una settimana. Poi le hanno fatto l’autopsia e sul referto il medico legale ha scritto «suicidio», perché, ha precisato, non c’era traccia di ferite. È successo a Shariatpur, nel Bangladesh, il 31 gennaio ma soltanto adesso la notizia è arrivata a noi, attraverso «Ain o Salish Kendra» (Ask), un’organizzazione per l’assistenza legale e i diritti umani.

Hena era la più giovane dei cinque figli di un bracciante agricolo, Darbesh Khan. La famiglia vive in una capanna di legno nel distretto rurale di Shariatpur, terra fertile intersecata da fiumi che irrigano orti e risaie. Un anno fa la loro esistenza viene stravolta dal ritorno di un nipote, Mahbub Khan, che era andato a lavorare in Malesia. Mahbub, che ha tre volte l’età di Hena, le ha messo gli occhi addosso e la tormenta mentre va e torna da scuola. Lei lo racconta al padre, che si rivolge agli anziani del villaggio. Ottiene giustizia: Mahbub dovrà pagare un risarcimento di mille dollari. Interviene però suo padre, che è il fratello maggiore di Darbesh e gli chiede di lasciar perdere. Darbesh cede, confidando nella riconoscenza. Illuso.

Qualche mese dopo, Mahbub tira un’imboscata a Hena: la aspetta nel buio quando esce per andare al gabinetto esterno, le chiude la bocca con un cencio, la trascina dietro un cespuglio, la picchia e la violenta. Lei si divincola, prova a urlare, dal cencio escono suoni soffocati. Li sente la moglie di Darbesh, che esce dalla sua capanna e li sorprende insieme. Trascina in casa la ragazzina, la picchia, la getta a terra, la calpesta.

Il giorno dopo l’imam e gli anziani del villaggio vanno a casa di Mahbub a discutere il caso. Il verdetto è rapido: adulterio, 201 frustate per lui, 101 per lei. In Bangladesh la pratica della sharia è vietata per legge, la Corte suprema l’ha proibita dieci anni fa, eppure continua a essere applicata: cinquecento casi in questo decennio, dicono le associazioni per i diritti umani. Hena è l’ultimo. I suoi genitori, impietriti e impotenti, non possono che assistere all’esecuzione. Hena li guarda un’ultima volta, mormora «sono innocente», e la frusta comincia ad abbattersi sulla sua pelle sottile. Resiste, a lungo, poi cede. Mahbub invece riesce a scappare.

Questa volta i responsabili di tanto obbrobrio non ne escono indenni. Lo scandalo per il referto dell’autopsia è stato grande e ha indotto la Corte a riesumare il corpo e ripetere gli esami, in un altro ospedale. Viene certificato che la morte è avvenuta per emorragia interna e il corpo aveva i segni di ferite profonde. I medici vengono accusati di «falsa autopsia per nascondere le vere ragioni del decesso», Mahbub Khan viene ritrovato e arrestato. E adesso la famiglia di Hena è sotto la protezione della polizia: potrebbe pagare cara la denuncia dell’imam e degli anziani del villaggio.



http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=16&sez=120&id=37403

Riportiamo da LIBERO di oggi, 23/11/2010, a pag. 19, l'articolo di Alessandro Carlini dal titolo " A morte gay e ebrei. Scuole serali di sharia in Gran Bretagna".

Nel Regno Unito ci sono scuole islamiche dell'odio dove si insegna ai giovani musulmani a uccidere gli omosessuali, odiare gli ebrei e tagliare mani e piedi ai ladri. Si tratta di istituti che vengono frequentati dai più giovani, di sera e nei fine settimana. Una sorta di "catechismo", incentrato sulla Sharia. Un'inchiesta della BBC ha rivelato che ci sono 40 di queste scuole sul territorio britannico sponsorizzate dal governo saudita, e circa 5mila bambini e ragazzi prendono parte alle lezioni. Sotto accusa sono finiti i libri distribuiti agli scolari, che vengono formati secondo la peggiore dottrina dell'integralismo. In un testo per 14enni, si spiega che la punizione giusta per un ladro è il taglio delle mani e dei piedi e si mostra come eseguire l'amputazione. Un altro libro afferma che la punizione per gli omosessuali è la morte e discute come la pena debba essere inflitta, dalla lapidazione fino a gettare la persona da un dirupo. Gli ebrei, invece, sono paragonati a scimmie e maiali.


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=36913

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 19/10/2010, in prima pagina, gli articoli titolati "Sharia über alles " e " Il multiculturalismo che ha fallito ".

" Sharia über alles "

Roma. “L’approccio multiculturale è fallito, completamente fallito”, ha scandito a Potsdam la cancelliera tedesca Angela Merkel. “Il multiculturalismo è morto”, aveva annunciato venerdì Horst Seehofer, leader della Csu, il partito bavarese gemello della Cdu. La Germania discute furiosamente di integrazione da quando è uscito il pamphlet dell’ex ministro e banchiere della Bundesbank Thilo Sarrazin, “La Germania si distrugge da sola”. Due giorni prima dell’annuncio choc della Merkel, il prestigioso settimanale Der Spiegel, voce del giornalismo liberal tedesco, pubblicava un’inchiesta dal titolo: “Il ruolo della legge islamica nelle corti tedesche”. Sarà poi Merkel a ricordare che “in Germania vige la Costituzione, non la sharia”.
Importanti elementi del diritto prodotti in Arabia Saudita nel VII secolo sono da tempo confluiti nel sistema tedesco. Ha denunciato il ministro del Cancellierato Ronald Pofalla: “Se si pone il Corano al disopra della Costituzione tedesca, allora posso solo dire: buona notte, Germania”. La cronaca aiuta a capire la denuncia improvvisa della cancelliera tedesca contro il multiculturalismo. Già in Gran Bretagna da tempo ormai, al fianco della centenaria common law viene applicata la sharia nei casi di controversie familiari. Si è persino creato un sistema giuridico parallelo con le corti della sharia riconosciute legalmente. Tra i numerosi casi di applicazione del diritto islamico da parte di un tribunale tedesco, lo Spiegel cita i cittadini giordani che in Germania si sposano e divorziano in base alla sharia. Anche la poligamia ha de facto una base giuridica. Lo Spiegel aggiunge che “i giudici tedeschi si rifanno in continuazione alla sharia”.
Si tratta di un “lento processo di capitolazione di fronte all’inevitabile”, ha osservato sul settimanale l’analista Henryk Broder. Il fenomeno rispecchia la crescita della più vasta comunità islamica d’Europa. Dei sette milioni di immigrati stranieri in Germania, oltre 3,3 milioni sono musulmani. E secondo lo Spiegel nel 2030 la quota dei musulmani arriverà a sette milioni. Erediteranno una corposa casistica a loro favore. Un giudice di Hannover ha respinto la richiesta di divorzio di una donna tedesca sposata a un egiziano che minacciava di uccidere la figlia stuprata: “I musulmani hanno una diversa concezione dello stupro”. Un giudice di Essen ha stabilito che le allieve musulmane non possono essere costrette a partecipare alle lezioni di nuoto: “Incompatibili con la loro religione”.
Un giudice di Dortmund, citando il Corano, ha stabilito che un padre può picchiare la figlia che si rifiuti di indossare il velo. Un magistrato di Francoforte ha negato il divorzio a una marocchina nata in Germania che per anni è stata picchiata e minacciata di morte dal marito: “Nel Corano, alla Sura quarta verso 34, è previsto che l’uomo possa punire la moglie”. Un anno fa la Bild mise in copertina la statua della Dea Iustitia, il capo coperto dal velo islamico e il Corano su uno dei due piatti della bilancia. L’avanzata della sharia non si limita ai tribunali. A Mannheim ha aperto la prima banca che segue la sharia e la Deutsche Bank ha emesso quattro nuovi fondi, quotati in Borsa, conformi all’islam. In molte scuole tedesche per i professori musulmani vige la deroga sulla consueta stretta di mano alle ragazze alla consegna dei diplomi. Spiegazione: “Nell’islam è illecito”.
La Corte costituzionale ha stabilito che i centri islamici hanno il diritto di diffondere con gli altoparlanti le preghiere, cinque volte al giorno e a partire dal levar del sole. L’ultima a ottenere via libera è stata la gigantesca moschea di Rendsburg. Come nel passaggio incriminato del libro di Sarrazin: “Non voglio che nel paese dei miei nipoti e pronipoti il ritmo della giornata sia scandito dai muezzin. Se voglio questo, posso prenotare una vacanza in oriente”. Gli fa eco una già storica copertina dello Spiegel. Titolo: “Mecca Germania”.


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=32956

Riportiamo dal FOGLIO di oggi 20/01/2010, a pag. 3, l'analisi di Carlo Panella dal titolo " Che cosa ci dicono queste terribili 48 ore di notizie dalla sharia ".

E’impressionante la serie di notizie che il mondo della sharia ci ha riversato nelle ultime 48 ore. Nella città di Jos in Nigeria è stato imposto il coprifuoco dopo gli incidenti tra musulmani e cristiani che hanno fatto 26 morti e 300 feriti, 3.000 abitanti sono stati trasferiti per ragioni di sicurezza. A Mosul, in Iraq, è stato trucidato a colpi di pistola il sirocristiano Youssif Joris, in concomitanza con i festeggiamenti per l’insediamento del vescovo caldeo; è la quinta vittima cristiana in 30 giorni nella città. In Pakistan, il tribunale di Faisalabad ha condannato all’ergastolo a causa della “legge sulla blasfemia” il giovane cristiano Imran Masih, accusato di avere bruciato versetti del Corano “per offendere i sentimenti dei musulmani”; a oggi, mille sono i cristiani incriminati sulla base di questa legge e 33 sono i cristiani uccisi da singoli musulmani o linciati da folle inferocite per blasfemia.
In Iran, il procuratore di Teheran ha chiesto al tribunale la condanna a morte per cinque manifestanti, arrestati durante gli incidenti dell’Ashura, contestandogli il reato di Moharebeh (essere nemici di Dio), segnando così una svolta drammatica: chiunque manifesti contro il regime può essere condannato a morte. In Italia è stato arrestato ieri a Fano, con la moglie, il pachistano Aktar Mhamoo, che lunedì aveva rapito la figlia per imporle di seguire la sharia e non i “costumi corrotti”; la ragazza era in precedenza stata assegnata dal tribunale a un centro di assistenza in seguito alle percosse subìte dal padre. A questa serie va poi aggiunta la fatwà emessa sei giorni fa in Yemen dallo sheikh Abdelmajid Zendani e dai principali ulema con cui si proclama il jihad contro ogni prospettiva di intervento militare nel paese degli Usa – o di “stranieri” – per contrastare al Qaida (come prospettato imprudentemente per giorni da fonti della Casa Bianca).
Come si può constatare, è impossibile separare le iniziative dei terroristi islamici da quelle di folle islamiche, da quelle di tribunali islamici di paesi “moderati”, da quelle della giustizia islamica di paesi “fondamentalisti”, dalle convinzioni di un normale emigrato, che lavora da anni in Italia, ben inserito, che ritiene di dovere imporre l’“autorità tutoria” che la più diffusa sharia gli riconosce su una figlia.
E’ evidente la radice comune di queste tragedie, che riportano a un nodo unico: i modelli di riferimento del terrorismo islamico sono inscindibili con quello di tutte le componenti maggioritarie dell’islam e hanno nella sharia ortodossa la loro forza generante. Solo la chiesa, con la svolta impressa ieri dal sinodo dei vescovi per il medio oriente, ha colto e denunciato questo nesso, segnando un superamento netto di 40 e più anni di sterile “dialogo interreligioso: “La crescita dell’islam politico nelle società musulmane a partire dagli anni 70 ha prodotto correnti estremiste che rappresentano una minaccia per tutti, cristiani e musulmani, e noi dobbiamo affrontarle insieme”.
Questa definizione di “islam politico” non è casuale: permette ai vescovi cattolici di evocare uno scontro frontale interconfessionale, ma si riferisce al nodo shariatico. Purtroppo, però, l’impostazione seguita da Obama nel discorso del Cairo del 4 giugno scorso nega qualsiasi nesso tra qualsiasi componente islamica e i nodi di crisi disseminati in medio oriente, laddove – sia pure solo in nuce – i riferimenti di George W. Bush all’Asse del male indicavano tutt’altro percorso.


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Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 17/10/2009, a pag. 2, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Mai più Sanaa. Ecco il bollettino di guerra sulla sharia in Italia ".

Roma. Le donne come “l’altro” per antonomasia, da sottomettere in tutto e per tutto per ricostruire dalle fondamenta una società assolutamente conforme alla sharia, la legge islamica che deve essere imposta con ogni mezzo. Anche per quest’anno il telefono verde “Mai più sola” ha raccolto, sette giorni su sette e 24 ore su 24, il grido delle donne musulmane che vivono in Italia e che sono state vittime di violenza legata alla sharia.
Un progetto da cui emerge un mattinale di agonia che si perde nella cronaca delle nostre province. Dal 1 novembre 2008 al 31 agosto 2009, le telefonate ricevute dal numero verde hanno raggiunto quota 5.478 (provenienti per la maggior parte dal Nord Italia). Dietro c’è l’idea che il miglioramento della condizione femminile è il punto di partenza e di arrivo per un futuro di reale integrazione dell’islam in Italia. Tra le motivazioni principali delle telefonate ci sono i costumi barbari del ripudio, della poligamia e dell’escissione. Pochi sanno, oppure lo sanno ma lo ignorano, che in Italia, nonostante una legge del gennaio 2006 protegga la donna da simili pratiche, ci sono tra le trenta e le cinquantamila donne che hanno subito la mutilazione genitale.
Donne costrette sotto minaccia ad accettare la presenza di una o più mogli sotto lo stesso tetto coniugale, nell’Italia dove la poligamia è reato. Le minacce spesso si concretizzano in un rimpatrio forzato della legittima consorte nel paese d’origine per far posto alla nuova moglie. Ragazze musulmane picchiate, umiliate, segregate in casa, punite con violenza fisica e psicologica solo per aver desiderato di innamorarsi di un compagno di classe, di indossare jeans aderenti, di andare al cinema, di frequentare amici cristiani, di convertirsi a un’altra fede, di avere un tono troppo aperto nel parlare, di voler studiare, di cercare il divorzio o di non abbassare lo sguardo. Poi c’è il vero e proprio bollettino di guerra. “Di loro rimane solo una ferita nel nostro tempo, nella società sorda in cui hanno vissuto”, dice la deputata Souad Sbai che ha forgiato l’iniziativa con l’Associazione delle Donne Marocchine in Italia. Sono le ragazze morte ammazzate.
Ricordano quasi tutte Neda Soltan, la ragazzaicona della rivolta in Iran. Una guerra combattuta a fari spenti dall’islamismo più oscurantista e troppo spesso da noi occultata dietro alla ben più addomesticabile “violenza familiare”. Decine i casi che vale la pena ricordare. Bouchra, 24 anni, uccisa a Verona, a coltellate, dal marito perché si rifiutava di portare il velo e viveva “da occidentale”. Kabira, 28 anni, accoltellata a morte dal marito, esibiva abiti occidentali e “offendeva l’islam”. Darin Omar, uccisa dal marito perché si era fatta assumere in un call center. Hina Salem, soffocata con un sacchetto di plastica dai suoi familiari, infine decapitata e sepolta con la testa rivolta verso la Mecca perché frequentava un ragazzo italiano e rifiutava il matrimonio forzato impostole.
Fatima Saamali, uccisa in una statale presso Aosta, perché poco prima aveva denunciato alla polizia i continui maltrattamenti del marito. Malka, 29 anni, strangolata dal marito per i suoi atteggiamenti “occidentali”. Fatima Ksis, 20 anni, uccisa a coltellate dal fidanzato per averlo disonorato con il suo comportamento “troppo indipendente”. Sobia, avvelenata dai familiari, perché non si dimostrava “sufficientemente sottomessa”. Naima, accoltellata dal marito perché voleva riprendere con sé i figli sequestrati in Marocco. Fouzia, strangolata dal marito sotto gli occhi della figlia di tre anni, il corpo abbandonato in un giardino pubblico, considerata “infedele” perché aveva cominciato a seguire uno stile di vita moderno. Sanaa Dafani, sgozzata dal padre a Pordenone per la scandalosa relazione con un ragazzo italiano. Queste maschere mortuarie occidentali confutano chi tenta di negare che vi sia una connessione tra i delitti d’onore e l’islam.
Conoscere le loro storie potrebbe essere un buon inizio per decostruire il fanatismo che ha spento le loro vite e minaccia le nostre più preziose libertà. Leggiamo stupefatti di come i Talebani armati di pistola ad acqua carica di acido solforico vadano in giro per Kabul a sfregiare il volto delle studentesse. In Italia una ragazza di nome Amal, 26 anni, è stata investita dal marito semplicemente perché voleva andare dal parrucchiere. Se siamo in Afghanistan per combattere l’oscurantismo di chi vorrebbe tornare a riempire gli stadi di donne da lapidare, è anche per queste ragazze musulmane uccise nelle nostre città. E’ la stessa ferocia che fa razzia di ogni diritto e bellezza.


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LIBERO  Carlo Panella : " Sgozzava in nome di Allah e poteva essere italiano "

Carlo Panella

Sanaa Dafani è stata sgozzata nel nome dell’islam, non di tradizioni antiche, non del codice d’onore. Un islam retrivo che proibisce in nome di Allah il matrimonio (e men che meno i rapporti sessuali) tra una donna musulmana e un cristiano, o un ebreo, o un agnostico. Un Islam anche “moderato” che non punisce con la morte questa grave violazione della sharia –in questo, l’atrocità è tutta del padre ma che la considera peccato grave, e quindi un reato penale. Un Islam che permette al maschio di sposare una cristiana, perché i suoi precetti esaltano una famiglia – e quindi la società basata su un rapporto di violenza del maschio sulla femmina, eterna minorenne, destinata alla “tutela” dei parenti uomini e che quindi diventerebbe “apostata” se sposasse un cristiano.
Sbaglia dunque colpevolmente, chi attribuisce questo delitto alla tradizione del “delitto d’onore”, facendo finta di non sapere che il padre musulmano ha sgozzato Sanaa non obbedendo a modo suo a un codice ancestrale, ma a una precisa disposizione della sharia. Una disposizione coranica predicata in tutte le moschee italiane gestite dall’Ucoii e che è legge nei codici saudita, iraniano, algerino, egiziano e anche marocchino.
Per il padre, Sanaa, commetteva non solo un peccato, ma anche un reato: questo ha armato la sua rabbia barbara. E’ incredibile che Jean Léonard Touadi, deputato del Pd, eviti, come tutti i deputati del Pd, di riconoscere la matrice islamica –sia pur deviata in questo assassinio e sostenga che “l’integrazione è la via maestra per evitare conflitti culturali che, in alcuni casi, possono portare ad eventi delittuosi. Sanaa non è “vittima di un “conflitto culturale”, ma di un “conflitto religioso”, radicato in tutta Europa.
Tutti sappiamo di Hina Salem –uccisa a freddo, a Brescia dopo un consiglio di famiglia ma non sappiamo di Busra, sgozzata nel giugno 2009 in Germania dal padre con un coltello di cucina, per la stessa violazione della sharia; né di Hatum, massacrata nel febbraio 2005 dal padre e da tre fratelli a Berlino; né di tante altre ragazze –migliaia che in tutta Europa sono state massacrate di botte e segregate perché osavano amare un “cristiano” e quindi violavano la sharia. Se si continua a ignorare questa realtà, se si continua a pensare come fa la senatrice Vittoria Franco, del Pd, che il comportamento del padre di Sanaa è fuori dalla storia” e non si comprende che invece è tutto dentro la storia del fondamentalismo islamico e anche di tanto islam moderato, questa tragedia si ripeterà.
E’ dunque indispensabile che venga affrontata in sede politica e legislativa per quello che è smettendo di rifugiarsi in ipocriti appelli all’integrazione. Un esempio: applicando la legge marocchina –che pure è la migliore di tutto il mondo islamico (con quella tunisina e turca) molti funzionari dei consolati del Marocco in Italia, rifiutano alle donne marocchine i certificati anagrafici per sposare un italiano. Si parta da qui, si tratti col Marocco, si imponga una radicale modifica di queste disposizioni. Si introduca un’aggravante per le motivazioni religiose di assassinii come questi.
Si aggiorni la definizione legislativa della poligamia. In raccordo con il Consiglio della moschea di Roma che rappresenta tutti i paesi islamici, il governo apra un dossier che affronti con moderazione, ma anche totale fermezza nella difesa dei diritti umani, tutti i problemi che la sharia, quella fondamentalista, ma anche quella “moderata”, pone alla convivenza civile in Italia. Solo così si può definire cosa vuol dire integrazione.


Il FOGLIO  Giulio Meotti : " Hina e le altre ragazze uccise in nome della sharia. Boom di delitti d’onore "

Giulio Meotti

Roma. Avevano appena iniziato a vivere, i familiari le hanno uccise. Hina Saleem venne sgozzata e sepolta nell’orto di casa, presso Brescia. Con la testa rivolta verso la Mecca e il corpo avvolto in un sudario. Hina aveva rifiutato un matrimonio forzato voluto dal padre. L’altroieri, a Pordenone, Sanaa Dafani è stata accoltellata a morte dal padre in un bosco, mentre era in compagnia del fidanzato, un italiano. Una relazione bandita dai suoi genitori di origini marocchine. Non si sa nemmeno quanti siano esattamente i delitti d’onore in Europa. In gergo islamico si chiama “Jarimat al Sharaf”. Spesso queste esecuzioni religiose vengono derubricate sotto la voce “violenza domestica”. Nella moderna Istanbul, che preme per entrare in Europa, si conta un delitto d’onore a settimana.
A Gaza dall’inizio dell’anno dieci donne sono state uccise in nome della sharia (una palestinese è stata sepolta viva dal padre). Accade anche in mezzo a noi, a Milano, a Parigi, a Berlino, a Londra. Il settimanale tedesco Der Spiegel scrive che almeno cinquanta donne musulmane in Germania sono state vittime di un delitto d’onore. A Londra almeno dodici ogni anno. A queste vanno aggiunte le “vergini suicide”, le ragazze che si tolgono la vita per sfuggire a un matrimonio forzato. A Derya, 17 anni, la sentenza di morte è arrivata via sms: “Hai infangato il nostro nome, ora o ti uccidi o ti ammazziamo noi”. In Europa risultano “scomparse” migliaia di ragazze musulmane, spesso cittadine europee.
Ne spariscono decine al mese, tutte allo stesso modo: partono per un viaggio all’estero e sui banchi di scuola o sul posto di lavoro non tornano più. Downing Street stima che ogni anno avvengono tremila matrimoni forzati. In Francia 60mila adolescenti sono minacciate dai matrimoni forzati. Un recente rapporto compilato dal Consiglio d’Europa e redatto dal parlamentare inglese John Austin avverte che “l’uccisione di donne da parte dei membri della famiglia per proteggere il loro ‘onore’ è più esteso in Europa di quanto si pensi”. Sono tante le “colpe” delle vittime dei delitti d’onore: il rifiuto di indossare il velo islamico, l’inclinazione a vestire all’occidentale, a frequentare amici cristiani (fino a convertirsi a un’altra fede) o avere amici non musulmani, la volontà di studiare o leggere libri “impuri”, di cercare il divorzio, di essere troppo “indipendente” o moderna. In Inghilterra Rukhsana Naz è stata uccisa perché aveva rifiutato un matrimonio combinato.
In Svezia Fadime Sahindal è stata uccisa a colpi di pistola perché si era avvicinata alla cultura occidentale. All’inglese Heshu Yones hanno tagliato la gola perché aveva un fidanzato cristiano. “Troppo occidentale”, avevano detto della francese Sohane Benziane. E’ stata torturata e bruciata viva. Stessa fine per l’olandese Maja Bradaric, perché flirtava con un ragazzo su Internet. Una ventina di coltellate hanno spezzato la vita di Sahjda Bibi, anche lei aveva rifiutato un matrimonio forzato. In Germania Hatin Surucu è stata giustiziata con un colpo alla nuca perché si rifiutava di indossare il velo.
Un’altra tedesca, Morsal Obeidi, di appena sedici anni, è stata uccisa perché “voleva essere troppo libera”. Lo scorso luglio, nel cuore di Londra, c’è stato uno dei più feroci delitti d’onore. Alle due del mattino un gruppo di musulmani trascina per strada un ragazzo di origine asiatica proveniente dalla Danimarca. Lo pugnalano due volte alla schiena, lo colpiscono alla testa con dei mattoni, gli versano acido solforico sul corpo e in gola. La sua “colpa” era stata quella di frequentare una coetanea britannica di origini pachistane e di religione musulmana.
La polizia ha evitato per miracolo che la ragazza subisse la stessa sorte. La stessa polizia che ogni anno tratta la “scomparsa” e la morte, in circostanze simili, di un centinaio di ragazze di religione islamica. Due anni fa, sempre a Londra, Mohammed Riaz, di origini pachistane, bruciò vive la moglie e le sue quattro figlie dopo averle chiuse in casa. Riaz trovava ripugnante il fatto che la figlia volesse diplomarsi o potesse rifiutare il matrimonio combinato. Ciò che lo spinse ad appiccare l’incendio, scrive il Telegraph, fu soprattutto il fatto che le donne avevano servito alcolici durante una festa per il figlio, malato di cancro terminale. E’ in questo mondo di sottomissione e fanatismo domestico, segnato spesso dall’escissione del clitoride, che germina l’odio islamista. Singolare che le vite di queste ragazze ci interessino quando è già troppo tardi.


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Dovreste essere contenti, fra un po' la sharia arriverà anche da noi, gli immigrati ci civilizzeranno

L'avete letto ieri su un articolo del Corriere riportato da IC, ma ve lo riporto per comodità. Se siete di Aceh, Indonesia, ci sono alcune novità legali, per quanto riguarda la vostra vita privata. Prendete nota, per favore
Pene: Chi fa sesso prima del matrimonio, 100 frustate con la canna.Chi commette atti deliberati di lesbismo o omosessualità, 100 frustate e una multa di 1000 grammi d'oro o 100 mesi di prigione. Stupro, da 100 a 200 frustate o da 100 a 200 mesi in prigione. Pedofilia, come lo stupro, ma in più la multa. Adulterio, morte per lapidazione.
Obblighi: il velo. Pregare 5 volte al giorno.
Divieti: alcol e scommesse.
Sto parlando del medioevo? dell'Arabia saudita? No, è oggi e l'Islam "moderato" dell'Indonesia. Si tratta della nuova legge fatta passare al parlamento regionale di Aceh da un partito che giustamente si chiama Prosperità e giustizia.
Siete un po' spaventati? E' la sharia, bambola. Dovreste essere contenti, fra un po' arriverà anche da noi, gli immigrati ci civilizzeranno. In Gran Bretagna ci sono già 80 corti che applicano la giustizia islamica, finora a casi civili e poco gravi, ma presto si estenderanno fino a occuparsi delle cose serie.
A proposito, sul "Corriere", da dove ho tratto la notizia, si specifica che "la lapidazione deve avvenire con sassi di 'media grandezza' né troppo grandi da causare la morte istantanea né troppo piccoli e inoffensivi." E' adottata, sempre secondo il "Corriere" nei seguenti paesi: Afganistan, Iran, Pakistan, Sudan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e parti della Nigeria." Ma non affrettatevi a comprare i biglietti. Con l'aiuto del Cielo e la collaborazione di Eurabia, ci arriveranno in casa loro. Presto.

Ugo Volli

Post scriptum. Altre delizie sessuali dell'Islam. Sono materiali che mi ha mandato una gentile lettrice, quattro bambine vilolentate "sposate", morte di parto:
http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo460097.shtml?refresh_cens&fontsize=medium
http://www.youtube.com/watch?v=yEYuajmVgNM
http://www.youtube.com/watch?v=wvavRR9UU7U
http://www.youtube.com/watch?v=AhWQ6oidWGs


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=22673

Dal GIORNALE del 23 novembre 2007, un articolo di Alessandro M. Veronese sulla sharia nei paesi islamici:

Nazanin aveva sedici anni quando fu aggredita. Attraversava il parco pubblico di Karaj, non lontano da Teheran, aveva appena incontrato le amiche, scambiato qualche confidenza, tra quei sorrisi complici che illuminano a primavera il viso delle ragazzine di quell’età. Ad aggredirla sono stati tre soldati, l’hanno aspettata in un angolo vicino all’uscita, erano sicuri di farla franca, nessuno avrebbe ascoltato di certo le grida di aiuto di una ragazzina. Invece lei sotto il vestito non aveva niente. Aveva un coltello, che entrò senza fatica nel cuore del suo stupratore. Sentenza facile: condanna a morte. Per Nazanin. Colpevole di essersi difesa da chi la voleva morta. L’ha salvata una sollevazione internazionale, niente pena capitale, ma carcere duro e dovrà pagare i danni alla famiglia di chi ha cercato di stuprarla senza riuscirci. La sharia è così: non ha pietà per le donne, ovunque vai, dalle parti dell’Islam, se sei femmina il tuo destino è segnato, spesso dalle frustate. Nel mondo sono più di quaranta i Paesi che hanno adottato la legge musulmana come legge di Stato. E la fantasia nel colpire le donne non manca mai.

In Iran per le adultere c’è la pena di morte, preferibilmente attraverso la lapidazione. Con una precisazione però: «Le pietre non devono essere tanto grosse da uccidere il condannato al primo o secondo colpo, né tanto piccole da non poter essere definite vere e proprie pietre». Non si muore facile, non si muore subito. E se non porti il velo o se non ti vesti come si deve consolati: c’è la pubblica frusta. In Siria chi uccide la moglie adultera non viene punito, chi uccide il marito adultero invece fa la sua stessa fine. In Pakistan chi denuncia il proprio violentatore senza prove rischia la flagellazione. Ma la rischia lo stesso anche se non lo denuncia o se resta incinta. E a volte può capitare di essere violentate dai poliziotti un momento dopo aver presentato la denuncia.

La vita però a volte è più dura della morte. In Sudan quattro bambine su dieci sono costrette a svolgere lavori pesanti, in Indonesia, oltre a ricevere la metà della paga degli uomini, lavorano più ore, in condizioni più dure e se restano incinte vengono licenziate. Aver commesso reato oppure no in fondo conta poco. È essere donna che è un reato.

Un articolo di Fausto Biloslavo su un'incredibile sentenza emessa in Arabia Saudita:

Se vieni stuprata in Arabia Saudita, da una banda di sette delinquenti, ma eri in compagnia di un uomo che non è tuo marito o un familiare il giudice ti condanna a 90 frustate. Se ti lamenti e chiedi l’appello spifferando tutto ai media la pena raddoppia a 200 frustate e sei mesi di carcere, sempre in nome del Corano. Non è un incubo, ma l’incredibile storia di una ragazza di 19 anni rea di essersi appartata con un suo coetaneo e poi sorpresa dagli stupratori che hanno violentato entrambi. Ieri sono scesi in campo i pezzi da novanta della corsa alle presidenziali americane. A cominciare da Hillary Clinton, che ha rivolto un vibrante appello all’inquilino della Casa Bianca, George W. Bush, per salvare la ragazza saudita dall’incredibile ingiustizia.
«Invito urgentemente il presidente a chiamare re Abdullah (il sovrano saudita, ndr) chiedendogli di cancellare tutte le accuse contro la donna», ha dichiarato la moglie di Clinton. Il nome della vittima non è mai stato rivelato, ma sui giornali l’hanno ribattezzata la “ragazza di Qatif”, un sobborgo sciita dove è avvenuta la violenza di gruppo.
Anche l’altro candidato di punta dei democratici, Barak Obama, si è mosso per la giovane saudita con una lettera al segretario di Stato Condoleezza Rice. Le chiede di condannare apertamente l’assurda sentenza.
Nonostante le proteste, l’inesorabile “giustizia” saudita fa il suo corso. Il fattaccio è accaduto un anno e mezzo fa. La ragazza era appartata in un’auto con un suo coetaneo, quando sono stati sorpresi da una banda. In sette l’hanno violentata per 14 volte. Gli stupratori sono stati arrestati e condannati a pene che variano da uno a cinque anni. Anche loro rischiano il raddoppio della pena e forse la condanna a morte.
Il problema è che in gattabuia è finita anche la vittima, accusata di aver violato il rigido codice islamico, applicato in Arabia Saudita, che sancisce l’assoluta separazione fra uomini e donne prima del matrimonio. La ragazza di Qatif non si è data per vinta e, attraverso il suo avvocato, ha reso nota la vicenda alla stampa. La notizia ha fatto il giro del mondo infastidendo i magistrati sauditi che dovevano giudicarla.
Prima dell’appello, la giovane si è sposata, ma non è servito. L’inflessibile corte ha raddoppiato il numero di frustate a 200 e condannato la poveretta a sei mesi di galera, in nome della sharia, la legge islamica. Il ministro saudita della Giustizia ha difeso la sentenza mettendo in guardia contro i tentativi «di agitazione attraverso i media».
Non solo: Abdel Rahman al Lahem, l’avvocato che aveva difeso la donna, si è visto sospendere la licenza: «La mia cliente è vittima di un orribile crimine. Penso che la sentenza contravvenga alla legge islamica e violi le convenzioni internazionali. La Corte – ha coraggiosamente denunciato il legale – avrebbe dovuto trattare la ragazza come vittima e non come colpevole».
www.faustobiloslavo.com
Da LIBERO, un articolo sulla schiavitù nel mondo islamico:

La tratta degli schiavi non è mai finita. Almeno nel mondo islamico; ancora oggi diversi stati africani islamici la praticano. Tra questi, la Mauritania, il Sudan, il Mali, il Burkina Faso, il Benin, il Gabon e la Costa d'Avorio che inviano ogni anno in Arabia Saudita, nello Yemen e, sembra, in alcuni emirati del Golfo, centinaia di "collaboratori domestici". Nonostante i governi di Riyadh, nel '62, e di Nouakchott (nell '81) abbiano abolito ufficialmente tale pratica, questa continua a prosperare. Non a caso, in Arabia Saudita lavorano 250mila schiavi de facto, cioè cristiani africani e cristiani filippini che in cambio di basse paghe vivono in una condizione di costrizione e mancanza di libertà pressoché totale (ai cristiani filippini è proibito portare il crocifisso al collo).
In questo Paese, da decenni, moltissimi bambini africani, ma anche mediorientali e pakistani vengono impiegati come fantini negli ippodromi e, soprattutto, nelle corse di dromedari. Detto questo, si è dovuto attendere il giugno 2003 per vedere stilato dalla Commission on Human Rights dell'Onu uno specifico e pubblico rapporto sulla questione: denuncia che in ogni caso è servita a ben poco. Sempre nel 2003, la AntiSlavery Society e la Africa Watch, hanno compiuto un'indagine che ha portato alla scoperta in Mauritania di decine di «centri di smistamento schiavi», di almeno 100mila lavoratori non pagati e di 300mila semischiavi neri, i cosiddetti haratine, destinati, in buona misura, ad essere utilizzati dall'esercito o venduti in Medio Oriente o in Brunei.
Contrariamente allo schiavismo occidentale, che durò poco più di 300 anni (più o meno dalla metà del XVI a poco oltre la metà del XIX secolo) e che comportò la tratta di circa 12 milioni di africani, quello di matrice islamica  ancora praticato, come vedremo, in diversi Stati africani e mediorientali  andò avanti per ben 1.400 anni, cioè dal VIII al XX secolo. A questo proposito, si calcola che nell'arco di 14 secoli i mercanti musulmani abbiano messo in catene oltre 100 milioni di neri. Come è noto, il Corano non soltanto ammette l'esistenza della schiavitù come un fatto scontato, ma ne detta anche le regole.
D'altra parte, la legge islamica riconosce di fatto l'ineguaglianza tra gli uomini appartenenti a diverse religioni e, di conseguenza, quella tra padrone e schiavo (Corano, 16:71; 30:28). In pratica, il Corano assicura ai suoi fedeli il diritto di possedere servi (per l'esattezza di "possedere i loro colli") sia attraverso la contrattazione di mercato, sia come bottino di guerra o di rapina.
Non a caso, lo stesso Maometto ebbe dozzine di schiavi. «L'acquisizione dei servi è regolata dalla legge ed è possibile per il mussulmano uccidere un infedele o metterlo in catene, assicurandosi la proprietà legale dei suoi discendenti nati in cattività» (trascrizione dall'opera prima del teologo Ibn Timiyya, Vol. 32, p. 89). Al contrario, nessun musulmano potrà mai detenere schiavi della sua stessa religione, «poiché quella islamica è la più nobile e superiore delle razze» (Ibn Timiyya).
Secondo l'Islam, «esistono due esseri umani le cui preghiere non saranno mai accettate, né i loro meriti riconosciuti nell'altra vita: lo schiavo che fugge e la donna che non fa felice il proprio marito» (Miskat alMasabih Libro I, Hadith, 74). Nel '99, anche in Sudan il fenomeno dello schiavismo ha ripreso quota ai danni delle minoranze nere animiste e cristiane del sud del paese. Una escalation che ha costretto l'allora vice Segretario di Stato americano per gli Affari Africani, Susan Rice a redigere un rapporto per l'Onu e per la presidenza degli Stati Uniti.
Sembra tuttavia che, verso la fine del suo secondo mandato, Clinton abbia voluto archiviare tale rapporto onde evitare attriti con il Sudan. «Con il preciso scopo di sbarazzarsi della popolazione del sud  riferiva il rapporto Rice  il governo di Khartoum ha incarcerato e poi venduto migliaia di neri in Arabia e in altri emirati della penisola». Secondo le stime di Amnesty International, nel 2002 le ragazze nubiane tra i 15 e i 17 anni venivano piazzate sul mercato internazionale ad un prezzo oscillante tra gli 80 e i 100 dollari, a seconda del fatto che esse «siano vergini, o abbiano un particolare colore degli occhi o della pelle».


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Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 29/09/2011, in prima pagina, l'articolo dal titolo " Ventiquattr’ore di tempo per salvare dal cappio dell’Iran il prete apostata". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 18, la breve dal titolo " Condannata a undici anni di carcere l'assistente del premio Nobel Ebadi ".
Ecco i due pezzi:

Il FOGLIO  " Ventiquattr’ore di tempo per salvare dal cappio dell’Iran il prete apostata"

Roma. “Ventiquattr’ore per salvare la vita di Yosef Nadarkhani”, recita un banner sul sito di Christian Solidarity Worldwide, la ong inglese che difende il pastore cristiano condannato a morte in Iran. Il Washington Post scrive che “c’è ancora tempo per salvargli la vita”, ma anche che l’esecuzione potrebbe scattare nella mattinata di oggi. Il “prete apostata” è in carcere dall’ottobre 2009, inizialmente accusato di aver protestato contro l’obbligo per tutti gli alunni di leggere il Corano, poi sotto processo per “apostasia” e per aver cercato di “evangelizzare i musulmani”.
La condanna a morte è del settembre 2010 e lo scorso luglio la corte ha confermato la sentenza. Altre ong dubitano che l’Iran voglia imbastire un simile spettacolo d’odio. Ma al Foglio spiegano gli attivisti di Christian Solidarity Worldwide: “Ieri Nadarkhani era di nuovo in tribunale e si è rifiutato ancora di convertirsi all’islam. Aspettiamo la decisione”. C’è il timore che gli ayatollah possano eseguire la sentenza dopo la legge ratificata dal Parlamento che inasprisce la pena per apostasia.
L’ultimo cristiano giustiziato per legge fu nel 1990, quando venne impiccato Hossein Soodmand (ora suo fratello Ramtin è in carcere per la stessa accusa). Nadarkhani ha respinto la richiesta di “pentimento” avanzata dal giudice del tribunale di Gilan per la terza volta in una settimana.
Secondo il giudice, il religioso cristiano ha “antenati islamici” e per questo motivo “deve abiurare la sua fede in Gesù Cristo”. “Pentirsi significa tornare indietro, verso cosa dovrei ritornare? Alla blasfemia in cui ero prima di trovare la fede in Cristo?”, così avrebbe risposto Nadarkhani al giudice. Nadarkhani è un famoso religioso delle “chiese domestiche”, la rete di comunità cristiane più represse dagli ayatollah. Sono discendenti di musulmani convertiti al cristianesimo durante l’occupazione britannica della Persia.
Nel 2011 finora sono stati trecento i cristiani arrestati dal regime. Cristiani “impuri” perché non musulmani, a proposito dei quali Khomeini metteva in guardia gli iraniani con suggerimenti del tipo “non toccate i loro oggetti” e “non mangiate con loro”. La legge elenca due tipi di apostasia: innata o parentale. Nel primo caso, l’apostata ha genitori musulmani, si dichiara musulmano e da adulto abbandona la fede di origine; nel secondo, l’apostata ha genitori non musulmani, diventa musulmano da adulto e poi abbandona la fede.
La legge stabilisce che “la punizione nel caso di apostasia innata è la morte”, mentre “la punizione nel caso parentale è la morte, tuttavia dopo la sentenza finale, per tre giorni il condannato sarà invitato a tornare sulla retta via ed incoraggiato a ritrattare. In caso di rifiuto, la condanna a morte verrà eseguita”.

Quattro mullah appena giunti in Vaticano

Secondo la ong Open Doors, che stila la celebre World Watch List, il secondo paese al mondo più pericoloso per i cristiani è l’Iran. Le stime danno un totale di centomila cristiani in Iran: armeni, assirocaldei cattolici e ortodossi, protestanti, latini e armenocattolici. Tanti i pastori assassinati in esecuzioni extragiudiziali. Il primo nel 1979, un anglicano a cui fu tagliata la gola. Nel 1980 fu la volta di Bahram DeghaniTafti, Hossein Soodman nel 1990, Mehdi Dibaj nel 1994, Haik Hovsepian venne ucciso e sepolto in una fossa comune con un musulmano convertito al cristianesimo e Mohammad Bagheri Yousefi fu trovato impiccato a un albero nel 1996.
Da allora migliaia di cristiani sono stati arrestati. Molti osservatori di vicende iraniane parlano della “fase più oscurantista dei rapporti fra il cristianesimo e la Rivoluzione islamica”, da quando nel 1979 l’ayatollah Khomeini chiese la chiusura immediata delle scuole cattoliche e concesse a tutti i sacerdoti, religiosi e religiose cattolici stranieri, un mese di tempo per lasciare il paese.
E, come allora, molte chiese oggi sono state chiuse, decine di giovani iraniani, gran parte convertiti dall’islam, sono stati torturati così come molti pastori sono finiti sotto sorveglianza. Intanto da Teheran sono arrivati in Vaticano quattro religiosi, membri del Giureconsulto islamico. La visita di cinque giorni è il prosieguo di una politica di avvicinamento all’Iran avviata dalla Segreteria di stato vaticana. Un anno fa il cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, venne ospitato a Teheran dal presidente Mahmoud Ahmadinejad. A giugno la Santa Sede ha spedito Edmond Farhat a Teheran per una conferenza “contro il terrorismo”. La nuova visita iraniana in Vaticano non è passata inosservata all’ambasciata d’Israele presso la Santa Sede.

CORRIERE della SERA  " Condannata a undici anni di carcere l'assistente del premio Nobel Ebadi "

TEHERAN — Undici anni di carcere per aver lavorato per la premio nobel per la pace Shirin Ebadi. Su Narges Mohammadi, 38 anni, instancabile e coraggiosa attivista umanitaria, martedì scorso si è abbattuta la mannaia del regime. Neanche le sue gravi condizioni di salute hanno fermato le autorità di Teheran. Cinque anni di carcere le sono stati comminati per appartenere al Centro per i difensori dei diritti umani, cinque per aver tenuto incontri contro la sicurezza dell'Iran e uno per propaganda contro il sistema.
La donna era stata arrestata l'11 giugno 2010, alla vigilia del primo anniversario delle contestate elezioni del 12 giugno 2009, nella sua abitazione davanti ai figli, due gemelli di tre anni. Rilasciata dopo qualche settimana, era stata poi ricoverata in ospedale. In carcere aveva cominciato a soffrire di paralisi temporanee in varie parti del corpo e non era in grado di parlare. Secondo Amnesty International la sentenza «rappresenta l'ennesimo vergognoso tentativo delle autorità iraniane di stroncare l'azione delle organizzazioni per i diritti umani. Se finirà in carcere la adotteremo come prigioniera di coscienza».


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=278&sez=120&id=41673

Riprendiamo da MIDDLE EAST FORUM l'articolo di Raymond Ibrahim dal titolo "Running for Their Lives".

Dall'inizio della 'primavera araba' sono fuggiti circa 100.000 cristiani copti dall'Egitto. Stando a quanto denuncia la Ong EUHRO (Egyptian Union of Human Rights Organizations) sarebbe un numero maggiore non fosse che molti non hanno i mezzi per emigrare.
Dedichiamo questo articolo agli 'indignados' statunitensi che vorrebbero una democrazia sullo stampo di quella di piazza Tahrir. Una 'democrazia' che non consentirebbe loro nè di protestare nè di professare una religione diversa da quella islamica senza venire vessati, considerati cittadini di serie b e costretti a pagare una tassa supplementare.
Dedichiamo il pezzo anche alle Chiese cristiane e chiediamo loro come mai non ci siano state proteste al riguardo. La situazione dei copti in Egitto e dei cristiani in tutti gli altri Paesi islamici peggiora di giorno in giorno, ma non si registrano commenti nè proteste. Come mai?
Ecco l'articolo:

Historically, nonMuslims whose lands were seized by the jihad had three choices: conversion, dhimmitude, or death. Today, however, they have a fourth option largely unavailable to their forbears: quit their lands of origin—emigrate—the latest testimony to the nature of Islam.

A recent report indicates that unprecedented numbers of Copts, Egypt's indigenous Christian population, are emigrating from their homeland in response to the socalled "Arab spring":

The Egyptian Union of Human Rights Organizations (EUHRO) published a report today on emigration of Christians from Egypt, saying that nearly 100,000 Christians have emigrated since March 2011. The report, which was sent to the Egyptian cabinet and the Supreme Council of the Armed Forces (SCAF), warned that this emigration has been prompted by the escalating intimidation and attacks on Christians by Islamists. "Copts are not emigrating abroad voluntarily," said Naguib Gabriell, the director EUHRO, "they are coerced into that by threats and intimidation by hard line Salafists, and the lack of protection they are getting from the Egyptian regime."

The report goes on to list a number of attacks on Copts and churches—including the killing of Coptic youth in Moqattam, the Imbaba and other church attacks—adding "Salafist clerics, who gained political influence after the January 25 Revolution, have become emboldened, calling Copts Dhimmis who have to pay the jizya (tax paid by nonMuslims to the state) because they are not first class citizens and can never enjoy full citizenship rights, or obtain sensitive posts."

Indeed, this boldness is a harbinger of things to come—and Copts know it, hence the emigration. Wagdi Ghoneim, a popular cleric and former imam in California, recently called Copts "Crusaders" on Al Jazeera—about the worst thing to call someone in the Muslim world—insisting that they do not deserve equal rights with Muslims in Egypt, because they are infidel dhimmis. Likewise, Abu Shadi, a top representative of the Salafis, told Tahrir News that the Copts must either convert to Islam, pay jizya and assume inferior status, or die. These are just a couple of examples of the countless Muslim leaders openly hostile to Egypt's native population.

Nor is this phenomenon limited to the Copts of Egypt:

Gabriel sees a parallel with the Christian emigration from Iraq, Palestine and Lebanon. "After the massacre of the congregation of Our Lady of Deliverance Church on October 31, 2010, and other attacks in Iraq, the ratio of Iraqi Christians went down from 8% to 2%; in Palestine to just .5%, and in Lebanon from 75% to 32%. If emigration of Christians, who constitute nearly 16% of the Egyptian population, continues at the present rate, it may reach 250,000 by the end of 2011, and within ten years a third of the Coptic population of Egypt would be gone."

Bear in mind these large numbers are not simply indicative of those who want to emigrate, but those who simply can: not only does it take years to work out the legalities of emigrating, but many simply cannot afford it. In other words, if emigration was a simple thing, the number of Christian emigrants from the Muslim world would be even higher.

As professor Habib Malik confirms, "It is principally the violence visited sporadically upon these Christian communities in their native towns and villages across the Middle East, and the absence of any reliable means of protection in a region seething with religious fanaticism and despotic forms of rule, which impels Christians to flee and not return" (Islamism and the Future of the Christians of the Middle East, pgs. 3637).

But it's more than this; in fact, we are witnessing another manifestation of history—witnessing firsthand how formerly nonMuslim lands become Muslim. For just as conversion to Islam (out of force, out of necessity, out of cynicism) and the outright killing of nonMuslims saw the ranks of Islam grow, so too does emigration fit in this same paradigm of Islamization.

Beyond the authoritative primary sources which unequivocally demonstrate the violent nature of Islam—including history and theology texts—which many prefer to dismiss as "dead books," here, then, is yet another live example. And yet the West's leaders, from academics to politicians, will continue insisting that Islam is the "religion of peace"—testimony to the endemic blindness inflicting this age.

Raymond Ibrahim, an Islamspecialist, is a Shillman Fellow at the David Horowitz Freedom Center and an Associate Fellow at the Middle East Forum.


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=41690

Sulla fuga dei cristiani copti dall'Egitto, IC ne aveva dato notizia ieri. Oggi, 04/10/2011, viene ripresa da alcuni quotidiani, che mettono in risalto il vero volto della 'primavera' egiziana, o, almeno, quello che è diventata.
Un destino facilmente individuabile sin dall'inizio.
Su LIBERO, Carlo Panella, sulla STAMPA Giacomo Galeazzi, entrambi gli articoli mettono in evidenza cronache e analisi diverse, ugualmente interessanti


LiberoCarlo Panella: " I cristiani in fuga dall'Egitto "

Centomila cristiani copti sono fuggiti dall’Egitto verso gli Stati Uniti, Canada, Australia ed Europa da marzo a oggi per timore delle violenze degli islamisti. La notizia proviene dall’Unione egiziana per i Diritti umani, ed è attendibile, anche se va verificata e anche se sicuramente tra le motivazioni di questa migrazione conta molto il fattore economico: la primavera di piazza Tharir ha provocato una spaventosa flessione del turismo (meno 28% presenze), e in generale un netto peggioramento di un quadro economico già difficile.
Ma, al di là dei numeri, è fuori discussione che il quadro politico egiziano è ben poco rassicurante per questa grande minoranza religiosa che conta tra gli 8 e i 10 milioni di adepti su una popolazione di 80 milioni. Naguib Gabriel, direttore dell’organizzazione che ha denunciato la diaspora cristiana sostiene infatti che «i copti non stanno abbandonando l’Egitto volontariamente, ma vengono costretti a fuggire dai salafiti con tattiche aggressive».
Il fatto è che la giunta militare del feldmaresciallo Hussein Tantawi, oggi al potere al Cairo, è composta dai generali che fedelissimi a Hosni Mubarak, salvo poi voltargli le spalle all’ultimo minuto, e si mostra molto sensibile alla pressione crescente degli islamisti.
Lo scambio offerto dai generali ai Fratelli Musulmani punta ad assorbire le loro richieste islamizzazione della società egiziana, in cambio di un colpo di spugna sul loro passato di complici di Mubarak. Beninteso, i copti in Egitto erano perseguitati anche sotto il regime precedente, tanto è vero che l’attentato kamikaze contro la chiesa dei Santi di Alessandria durante la messa di mezzanotte del 1 gennaio 2011, che fece ben 21 vittime, è avvenuto quando Mubarak sembrava ancora regnare senza problemi, così come centinaia erano stati i copti morti al Cairo e nel sud del Paese durante scontri confessionali negli ultimi decenni.
Non solo, il grande Imam della moschea di al Azhar, massima autorità religiosa sunnita, il 3 gennaio, ebbe parole durissime e ruppe ogni dialogo religioso col Vaticano, per protestare contro le inesistenti “in  gerenze” di Benedetto XVI che si era solo limitato, con parole di pace, a chiedere garanzie di libertà religiosa per i cristiani in Egitto. Un episodio odioso, indicativo di un clima di intolleranza musulmana che ha radici secolari, ma che ora, in un quadro politico incerto e burrascoso, non trova nessun bilanciamento nel governo.
I copti in Egitto, peraltro, non sono mai stati coinvolti nella gestione del regime (come lo erano stati ampiamente nell’Iraq di Saddam Hussein e lo sono oggi nella Siria di Bashar al Assad) e quindi la persecuzione nei loro confronti non ha nessuna implicazione politica, ma è motivata solo dalla più classica intolleranza musulmana. Il dramma però è che queste campagne d’odio settario non solo non vengonocontrastate dai “nuovi” regimi che si sono sostituiti – con troppi elementi di continuità – a quelli caduti con la “primave  ra araba”, ma vengono ignorati anche dall’Occidente.
Nel vertice G8 del maggio scorso in Francia, su impulso di Nicolas Sarkozy e Barack Obama, è stato infatti deciso un fumoso “Piano Marshall” di ben 40 miliardi per i Paesi della “primavera araba” di cui ben 20 destinati a Egitto e Tunisia, purtroppo, senza condizioni, senza chiari e specifici vincoli di garanzia di una effettiva libertà religiosa. La classica elargizione “politically correct” di consistenti finanziamenti non finalizzati a costruire democrazia, che finiranno per perpetuare le peggiori storture delle società musulmane.


La StampaGiacomo Galeazzi: " Cristiani in fuga dall'incubo di un Egitto islamico"

L’ Egitto non è un Paese per cristiani. O almeno rischia di non esserlo più visto il potere sempre più forte delle correnti salafite salite alla ribalta dopo l’uscita di scena di Mubarak, in febbraio. Secondo l’Unione egiziana delle organizzazioni per i diritti umani, l’aumento delle tensioni religiose ha portato oltre 100 mila cristiani a lasciare il Paese. Una fugaesodo che potrebbe portare a modificare gli equilibri demografici interni e la stabilità economica.

«La comunità internazionale non può assistere in silenzio a un dramma di queste proporzioni», è l’appello della Segreteria di Stato vaticana. Di fronte a «intolleranze fondate su pregiudizi»e a «strumentalizzazioni della fede per giustificare la violenza» in Curia si ribadisce che «la libertà religiosa è un diritto fondamentale da rispettare». Secondo gli analisti, la fuga dal Paese è «conseguenza delle rivolte della primavera araba iniziate nel dicembre 2010» che avrebbero aumentato il potere della componente islamica della società. I
n un documento inviato al governo del Cairo e al Consiglio supremo delle Forze Armate, l’Unione egiziana afferma che «i copti rappresentano un forte pilastro dell’economia» e che se stanno lasciando la loro terra natale «non lo fanno per necessità di lavoro, dal momento che costituiscono la classe imprenditoriale e professionale del Paese, ma per paura della linea dura adottata dai salafiti». Il documento ricorda l’escalation di violenze contro la comunità copta. Tra quelli più recenti, l’uccisione di nove cristiani all’inizio di settembre nel distretto di Mokatam Hills sopra al Cairo, la bomba alla chiesa copta di Alessandria a Capodanno e il taglio delle orecchie a un anziano copto a Qena. Una situazione più volte denunciata dai cristiani, che in maggio hanno manifestato a piazza Martin al Cairo per ribellarsi alle violenze.

Molti di loro non hanno dubbi nel far coincidere la deposizione di Mubarak con l’aumento dell’intolleranza religiosa nei confronti dei cristiani. Dall’Egitto, la maggior parte di copti cerca rifugio negli Stati Uniti. Emigrare è difficile, ma la comunità vive con «il terrore che la corrente islamista si rafforzi e prenda di mira i copti», commenta lo scrittore Adel Girgis: «Ora in Egitto vi sono molte mani che agiscono per sfruttare il caos a loro vantaggio». Una situazione che Girgis riassume ricordando una precedente sommossa, quando «dopo il colpo di Stato del 1952 che vide l’ascesa al potere di Nasser seguirono tensioni con la comunità copta». Ad alimentare i dissidi sono spesso i matrimoni interreligiosi e soprattutto la nuova legge sui luoghi di culto approvata dal Consiglio supremo delle forze armate. La riforma è stata osteggiata dalle Chiese copte, anglicane e cattoliche che contestano le regole sulla grandezza e la distanza tra i luoghi di culto: non devono superare i mille metri quadrati e devono sorgere a una distanza di un chilometro l’uno dall’altro.

Sul numero dei cristiani egiziani le cifre sono diverse. Secondo il governo sarebbero 67 milioni, quasi il doppio ne contano i leader copti. Fonti indipendenti ritengono che i cristiani siano circa 89 milioni, circa il 10% della popolazione totale. La maggior parte di loro aderisce alla Chiesa coptoortodossa di Alessandria.


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=41759

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 10/10/2011, a pag. 14, l'articolo di Francesca Paci dal titolo " Scontri tra copti e polizia Al Cairo, ventidue morti ". .

Ameno di due mesi dalle prime elezioni dell’Egitto postMubarak, il Cairo assiste smarrito agli scontri di piazza più violenti dai giorni della rivoluzione. Per ore, ieri, davanti al palazzo della televisione di Stato, militari in assetto bellico hanno fronteggiato migliaia di copti che chiedevano giustizia per la chiesa incendiata la scorsa settimana dagli islamisti nella provincia di Assuan. Il bilancio provvisorio è di 174 feriti e almeno 23 morti (di cui 18 tra le fila dei manifestanti): quello definitivo potrebbe assestare un colpo durissimo al fragile equilibrio interreligioso del Paese.

«Siamo stati attaccati» ripete al telefono un attivista copto che da settimane denuncia le pressioni crescenti da parte dei gruppi islamici più radicali e la corrispettiva strisciante nostalgia della sua comunità per il regime di Mubarak. Come altri testimoni, racconta che la protesta è iniziata nel quartiere copto di Shubra e che mentre il corteo si dirigeva verso palazzo Maspero, la sede della tv pubblica a un paio d’isolati da piazza Tahrir, sarebbe stato attaccato con bottiglie molotov, pietre e forse armi. Solo a quel punto i dimostranti avrebbero reagito alla provocazione dei «teppisti al soldo dei controrivoluzionari» per finire nel giro di poco tempo circondati dalle forze dell’ordine e bersagliati di lacrimogeni.

Diversa la versione dell’esercito, da nove mesi alla guida provvisoria del Paese: mentre i soldati sparavano in aria per disperdere la folla qualcuno avrebbe aperto il fuoco contro di loro utilizzando, probabilmente, le munizioni recuperate nel blindato della polizia nel frattempo dato alle fiamme. «Non li colpiremmo mai, sono egiziani come noi, l’esercito ha dato prova di patriottismo sostenendo la rivoluzione» spiega concitatamente una fonte militare, confutando non solo la ricostruzione della giornata ma la sempre più diffusa diffidenza popolare verso l’operato degli ex eroi in uniforme. In serata il premier, Essam Sharaf, ha invitato la minoranza cristiana e i musulmani a «non cedere agli appelli alla sedizione», perchè quello «è un fuoco che brucia tutto e non fa differenze tra di noi».

I copti rappresentano circa il 10 per cento della popolazione egiziana e da anni puntano inascoltati l’indice contro la discriminazione da parte della maggioranza musulmana. A fine gennaio, dopo un inizio d’anno funestato dall’attentato alla chiesa ortodossa di Alessandria, si erano uniti con entusiasmo alla piazza che avrebbe poi defenestrato Mubarak scommettendo sull’unità nazionale. Allora insieme alle tshirt con la parola hurrya (in arabo «libertà») andava per la maggiore la bandiera con la croce copta incrociata alla mezzaluna islamica, simbolo d’una intesa assai più profonda del nome dato a Dio. Invece, così come le speranze dei liberali e dei laici, quelle dei copti sono andate pian piano a cozzare con l’agenda dei partiti religiosi tradizionali, leali compagni di strada fino al crollo del regime e poi dichiarati avversari politici e sociali. Senza contare il risveglio salafita, la corrente più estrema dell’islam alla destra dei Fratelli dei Musulmani, rinvigorita dallo sdoganamento assicurato dall’Egitto liberato e ossessionata dalla messa al bando degli infedeli.

Pur condannando la timidezza sospetta dell’esercito nel reprimere le sempre più numerose schermaglie interreligiose, gli egiziani che il 17 febbraio scorso hanno brindato al nuovo corso del Paese continuano a scommettere sulla via democratica, come dimostrano i circa tremila tra musulmani e cristiani che ieri sera, alla notizia degli scontri, si sono radunati in piazza Abdel Moei Ryad, nei pressi del museo egizio, per scandire slogan sull’amicizia tra le due religioni tipo «Musulmani e copti, una sola mano». Ma a tarda sera, vicino all’ospedale, si registravano di nuovo violenze tra i due gruppi. La paura, oggi dilagante, è che l’esercito giochi su più tavoli e usi il pugno di ferro contro chi insiste ad opporsi alla restaurazione, laici, partiti di sinistra o all'occorrenza copti.


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=41826

GIORNALE  Fiamma Nirenstein : " Cristiani cacciati dal Medio Oriente. Europa e Usa scelgono di lasciar fare "


Si disegna all'orizzonte il tramonto della bimillenaria presenza cristiana in Medio Oriente, così come il 1948 segnò la cacciata degli ebrei da tutti i Paesi arabi. La Chiesa, l'Europa, chi se non noi, sodali e fratelli nella civiltà giudaico cristiana, dovremmo avere il buon senso di difenderla, di porre condizioni d'acciaio alle famose primavere arabe: se volete fiorire, non lo farete col nostro aiuto se continuate a perseguitare e uccidere i cristiani. Perché questa è una tendenza per niente episodica ma strutturale, che ha già cambiato la faccia dei Paesi arabi.
Il Papa dette segno di averlo capito bene quando invitò alla tolleranza e alla razionalità all'Università di Regensburg nel 2006. Poi però la Chiesa non ha resistito alle pressioni, l'Europa si è scansata, gli Stati Uniti sono stati presi nella fallace politica di Obama. Tutti abbiamo visto le scene del Cairo che hanno fatto circa 40 morti e più di 200 feriti, quasi tutti copti. È triste che il primo ministro Essam Sharaf abbia commentato: «Qui ci sono mani straniere coinvolte». Un complotto sionista naturalmente.
E quell'auto dell'esercito che passando sulla testa di un copto gliel'ha ridotta a poltiglia, quel militare che ha gridato entusiasta «Ho sparato nel petto a un copto», e il suo compagno che entusiasta gli rispondeva «Per Dio, tu sì che sei un uomo» parlano di disprezzo razzista , di pericolo imminente per gli otto milioni di copti. E poiché essi hanno ormai capito che la rivoluzione ha liberato forze autocratiche ed estremiste, se ne andranno per quanto possono.

Non saranno i primi cristiani che lasciano i musulmani, antichissimi coinquilini: al tempo dell'indipendenza del Libano dalla Francia, nel '46, i cristiani erano la maggioranza, ora sono meno del 30 per cento. In Siria erano metà della popolazione, ora sono il 4 per cento; in Giordania, venticinque anni fa, erano il 18 per cento, ora solo il due. I Paesi musulmani, per la maggioranza, non vogliono i cristiani, o sono preda di chi non li vuole: in Arabia Saudita il cristianesimo è proibito, in Iraq l'anno scorso proprio in questo mese 58 cattolici furono sterminati in una chiesa, dieci anni fa c'erano 800mila cristiani, oggi sono 150mila.
In Iran, sotto lo Scià la vita era possibile, poi i cristiani sono stati dichiarati, con i bahai, gli ebrei e chiunque non sia sciita «in guerra contro Dio» e sono soggetti a arresti, torture, morte. Solo dal giugno 2010 sono stati arrestati 250 cristiani. A Betlemme i cristiani da quando nel '94 l'Autorità Palestinese governa, dall'80 per cento sono scesi al 20. A Gaza dove sono solo 3000, ci sono omicidi, i luoghi di culto vengono bruciati, la persecuzione è piena. Un po' più lontano in Pakistan i cristiani vengono aggrediti ogni giorno.
Come reagiamo noi europei? Malissimo se si pensa che il patriarca maronita cattolico Bechara Rai, recatosi da Sarkozy per dire di essere preoccupato per i cristiani di Siria nel caso Assad venga deposto (non è una difesa del rais, ma l'annuncio di una presenza islamista attiva sul campo) è stato trattato come un paria e quando è andato in America Obama non l'ha ricevuto. L'Europa, gli Usa dove sono?

Le seguenti due news vogliono ricordare le persecuzioni dei cristiani in Pakistan.

http://www.asianews.it/notizieit/OttocristianiarsivivinelPunjab15943.html

Otto cristiani arsi vivi nel Punjab
(02/09/2009)
Uno di loro è un bambino di 7 anni. Fra i morti vi sono 4 donne. Personalità religiose islamiche e militanti fondamentalisti hanno aizzato la folla. Il combustibile è lo stesso di quello usato nelle distruzioni di Shanti Nagar (1997); Sangla Hill (2005) e Koriyan, un giorno prima. La polizia accusata di negligenza.

Gojra (AsiaNews) – Truppe speciali pakistane hanno preso controllo della città di Gojra (Punjab) dopo il sanguinoso incidente avvenuto ieri in cui almeno 8 persone  fra cui 4 donne e un bambino di 7 anni – sono state bruciate vive e 20 altre sono rimaste ferite. Almeno 50 case di cristiani sono state bruciate e distrutte e migliaia di fedeli son fuggiti per scampare alle esecuzioni. I familiari delle vittime si rifiutano di prendersi cura dei corpi morti e non vogliono fare funerali fino a che i colpevoli non sono arrestati. Alcuni degli uccisi sono stati identificati: Hamed Masih, 50 anni; Asia Bibi, 20; Asifa Bibi, 19; Imamia Bibi, 22; Musa 7; Akhlas Masih, 40; Parveen, 50 anni.
Almeno 3 mila musulmani, dopo essere stati aizzati dalle autorità religiose del luogo, hanno marciato a Gojra al villaggio cristiano fondato almeno 50 anni fa. Gruppi di giovani islamici – forse del gruppo sunnita SipaheSahabaha  con il volto coperto hanno cominciato a sparare all’impazzata. Gli abitanti del villaggio sono fuggiti, ma alcuni sono stati intrappolati e hanno trovato la morte nell’incendio scatenato dalla folla inferocita.
Per bruciare le case, i militanti hanno usato un particolare combustibile, difficile da spegnere. Secondo testimoni, lo stesso combustibile è stato usato nel villaggio di Shanti Nagar, bruciato nel febbraio 1997; nella distruzione del villaggio di Sangla Hill (2005); nell’incendio delle 50 case dei cristiani e delle due chiese la sera del 30 luglio a Koriyan, vicino a Gojra.
Tutto è cominciato giorni fa con l’accusa di blasfemia contro Talib Masih, che avrebbe bruciato alcune pagine del Corano durante una cerimonia di matrimonio lo scorso 29 luglio a Koriyan.
Il 30 luglio centinaia di militanti islamici hanno assaltato e dato alle fiamme le case dei cristiani di Koriyan e hanno bruciato due chiese protestanti, della Church of Pakistan e della Nuova Chiesa apostolica. Secondo la polizia alcuni cristiani hanno sparato colpi di armi da fuoco contro i militanti, ciò che ha accresciuto la risposta violenta.
Il ministro delle minoranze, il cattolico Shahbaz Batti accusa la polizia di negligenza. Anche i cristiani locali affermano che essi hanno chiesto da giorni la protezione delle forze dell’ordine perché la situazione era tesa, ma non sono stati ascoltati. Alcuni cristiani affermano che sebbene la polizia fosse presente durante l’attacco a Gojra, i malviventi non sono stati fermati. Altri testimoni dicono che dopo un po’ di tempo la polizia ha cercato di fermarli, ma i militanti hanno attaccato anche le forze dell’ordine ferendone alcuni.
Ieri, mentre si diffondevano le notizie degli assalti contro i cristiani, a Lahore vi è stata una manifestazione per chiedere garanzie di libertà per i cristiani.


http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2010/3/25/PERSECUZIONIArshadMasihbruciatovivoquandodireCristocostalavita/75103/

PERSECUZIONI/ Arshad Masih bruciato vivo: quando dire Cristo costa la vita

Lui bruciato vivo perché non rinunciava a Cristo per Allah. Lei violentata dai poliziotti davanti ai suoi tre figli per aver tentato di denunciare gli assassini del marito. La storia è abominevole, ma esemplare. Illuminante per comprendere l’atroce follia del Pakistan, il paese dove una legislazione, ispirata al Corano, permette di uccidere e perseguitare i cristiani o chiunque pratichi una fede diversa dall’Islam.

Certo per capirlo non servivano il rogo assassino di Arshad Masih, il cristiano 38enne bruciato vivo lo scorso fine settimana da un gruppo di estremisti islamici. Non servivano le sevizie inferte alla moglie Martha Bibi tra le mura di un posto di polizia. Le cronache delle violenze sopportate dai cristiani del Pakistan erano già troppo lunghe, già drammaticamente chiare. Sei di loro, tra cui quattro donne e un bambino, bruciati vivi ad agosto dello scorso anno nella cittadina di Gojra con l’accusa di aver insultato il Corano.
Una coppia di missionari trucidata a colpi di kalashnikov ad Islamabad nell’agosto 2007 perché sospettata di voler convertire i musulmani. Nel 2006 un muratore aggredito e quasi linciato da una folla al grido di “Uccidi il cane cristiano” per essersi dissetato ad una fontana inquinando con la sua bocca impura l’acqua riservata ai musulmani. Per non ricordare le stragi del 2002, quando 21 cristiani vengono uccisi a colpi di bombe e armi automatiche durante vari attacchi a scuole, chiese, istituti religiosi. O il massacro dell’ottobre 2001, quando un gruppo di estremisti in moto abbatte a colpi di mitra 18 persone riunite davanti ad una congregazione protestante.
Quel che più colpisce in questi episodi non sono i numeri o la frequenza, ma la sensazione d’impunità di chi li commette, la convinzione che uccidere un infedele non sia né un peccato, né un reato. A garantire questa scriteriata, spietata certezza ci pensa la legge sulla blasfemia varata nel 1986 dal generale golpista Zia Ul Haq.
Quella legge grazie all’abbinamento con la “sharia” impone la condanna a morte per chiunque sia ritenuto colpevole di aver insultato il Corano, Maometto e la fede islamica. Quel che la rende veramente abominevole, al di là della severità della pena, è la faziosità e l’improbabilità del procedimento adottato per applicarla. L’apertura di un procedimento per blasfemia non richiede né testimoni, né prove. Per trascinare in giudizio un sospetto basta la parola di un altro uomo. Poi se l’accusatore è musulmano e l’altro cristiano, o comunque infedele, peggio ancora. A quel punto la condanna è quasi scontata.

Anche perché provare l’inesistenza di un addebito inventato è più complesso che discolparsi da un reato autentico. Per capirlo basta ricordare le tragiche vicende del 1998 quando un tribunale condanna a morte, in primo grado, il cristiano Ayub Masih. A trascinarlo in giudizio è stato un vicino di casa pronto a giurare di averlo sentito difendere lo scrittore Salman Rushdie, l’autore dei Versi Satanici vittima di una “fatwa” emessa dall’ayatollah Khomeini.
Per molti mesi la sorte di Ayub sembra segnata e lo sdegno per quel processo iniquo spinge il vescovo cattolico di Faisalabad John Josef ad un clamoroso gesto di protesta. «In Pakistan  scrive il vescovo disperato  i non musulmani non sono considerati cittadini del loro paese... è venuto il momento di sacrificare le nostre stesse vite perché il nostro stesso paese ci nega la sicurezza».
Pochi giorni dopo aver scritto quelle parole il vescovo si spara un colpo alla testa davanti al tribunale che ha comminato la sentenza di morte contro Ayub. La reazione eccessiva ma esemplare di quel vescovo esasperato salva la vita di Ayub.
Pochi mesi dopo un altro tribunale accoglie le tesi della difesa e cancella la condanna. Le accuse, conferma la corte, erano il frutto dell’avidità e della fantasia del vicino convinto di poter costringere Ayub a cedergli un terreno. Ma quell’assoluzione e l’eco di quella vicenda non bastano a cancellare la vergogna delle “Sezioni 295 A e B” del codice penale, meglio conosciute come legge sulla blasfemia.
Quella legge assassina capace di cancellare una vita sulla base di una semplice parola continua, ancora oggi, a discriminare tra i fedeli dell’Islam a cui tutto è permesso e gli infedeli a cui non neppure consentito difendersi. La chiamano legge di Dio, ma è la legge dell’inferno terreno, la legge capace di trasmettere la certezza dell’impunità a chi nel nome di un aberrante e cieco fanatismo s’arroga il diritto di sterminare i fedeli di un’altra religione.


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Il GiornaleFausto Biloslavo: " Così l'Iran spegna gli artisti ribelli. Al regista film vietati per 20 anni"

Jafar Panahi, uno dei più noti registi iraniani a livello internazionale, marcirà in galera per sei anni reo di non essere allineato con gli ayatollah. Lo ha confermato ieri la corte di appello di Teheran. Pochi giorni fa un’attrice iraniana è stata condannata a 90 frustate per aver recitato in un film controcorrente.
Restano ancora in carcere tre dei sei cineasti che stavano girando un documentario, proprio su Panahi, per la Bbc.
In questo clima è attesa a Teheran, dal 31 ottobre al 4 novembre, una delegazione del parlamento europeo. La missione sarebbe la prima dell’attuale assemblea di Strasburgo, dopo che per tre volte era saltata. Panahi è stato arrestato nel marzo 2010 con l’accusa di girare, senza permesso, un film sulle proteste dell’Onda verde contro l’elezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. La sentenza di appello ha confermato anche il divieto di girare film e di espatrio per i prossimi 20 anni. Panahi è stato riconosciuto colpevole «di aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale e fatto propaganda » contro la Repubblica Islamica. La polizia lo aveva fermato la prima volta quando aveva partecipato alla commemorazione di Neda AghaSoltan uccisa durante una manifestazione.

Lunedì scorso l’attrice iraniana Marzieh Vafamehr è stata condannata ad un anno di carcere e 90 frustate. La sua colpa è aver recitato in un film che denuncia le difficoltà di espressione degli artisti nella Repubblica islamica. La pellicola, la «Mia Teheran in vendita», è stata girata da Granaz Moussavi, una regista che il regime ha messo al bando. Non solo: tre cineasti di origine iraniana su sei sono ancora in carcere dopo essere stati arrestati il 17 settembre perché stavano realizzando un documentario su Panahi. Il ministro dell’intelligence Heidar Moslehi, ha spiegato che la Bbc «non è un organo di informazione, ma un’organizzazione di ispirazione sionista» che fa spionaggio politico.
La visita degli europarlamentari di fine ottobre rischia di far da foglia di fico all’isolato regime iraniano. I fautori dell’iniziativa sono l’ex presidente della commissione europea che si occupa di Iran, Barbara Lochbihler, ed il vice, Kurt Lechner. La prima è una pasionaria dei Verdi tedeschi, che ha sempre spinto per una linea più morbida con gli ayatollah. Il vicepresidente fa parte del Ppe, ma tiene conto degli interessi commerciali tedeschi in Iran.Con una lettera del 22 settembre la strana coppia ha chiesto e ottenuto l’autorizzazione dalla presidenza del parlamento europeo per inviare una delegazione di 5 membri a Teheran. Secondo i documenti in possesso de Il Giornale i paletti nei confronti degli ayatollah sono deboli.
La delegazione dovrà «sollevare il caso della signora Asthiani come prioritario » è il messaggio più forte. Stiamo parlando di Sakineh, l’adultera condannata alla lapidazione, che, come conferma l’ambasciata polacca a Teheran, «rimane nel braccio della morte».Tre europarlamentari italiani Marco Scurria, Potito Salatto e Salvatore Tatarella chiedono «in una lettera inviata al Presidente (del parlamento europeo nda) Buzek di annullare l’ipotesi che una delegazione europea si rechi in un paese, l’Iran, che non offre garanzie in tema di rispetto della legalità e della democrazia ». Giovedì verrà presa una decisione finale sulla missione.

La delegazione europea arriverebbe a Teheran dopo il revival di impiccagioni che contraddistinguono la fine del Ramadan. Secondo Iran human rights almeno 50 persone sono state giustiziate dall’inizio di settembre, compreso un minorenne. Non solo: è finita nella mani della Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei, la sorte del pastore cristiano iraniano, Youcef Nadarkhani, condannato a morte e accusato di apostasia.


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Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 03/11/2011, a pag. 2, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo "Satira sull’islam, brucia Charlie Hebdo.Westergaard: E’ terrore ovunque".

La sede del settimanale Charlie Hebdo è stata data alle fiamme da fondamentalisti islamici per via della copertina che i lettori possono vedere riprodotta in questa pagina di IC.
Questa è solo l'ennesima dimostrazione di come non ci sia spazio per la satira per l'islam. Stupisce il commento di Massimo Nava sul Corriere della Sera che, fra le righe, sostiene che quella di Charlie Hebdo sia stata un'inutile provocazione. Se è provocazione significa che se la sono cercata? Magari la sede del settimanale s'è meritata la rappresaglia?
A questo è arrivato l'Occidente prostrato di fronte a Eurabia, che se un settimanale pubblica una vignetta su Maometto nessuno trova 'strano' che la sua sede sia data alle fiamme?

Roma. E’ “un’aggressione contro la Francia” scrive Ivan Rioufol sul Figaro. La notte tra martedì e mercoledì un incendio, causato da bombe molotov, ha distrutto la sede parigina del settimanale Charlie Hebdo, storico giornale satirico francese, libertario e di sinistra. L’attentato è avvenuto poche ore prima della pubblicazione di un numero dedicato alla primavera araba. Il giornale, che per l’occasione era stato ribattezzato “Sharia Hebdo”, aveva deciso di nominare il profeta Maometto “direttore” per “festeggiare la vittoria” del partito islamico Ennahda in Tunisia. Nella vignetta in apertura il profeta dice: “100 frustate, se non morite di risate”. Sin da subito l’intelligence francese aveva fatto sapere che il giornale rischiava grosso.
Su Twitter, su Facebook e via telefono, il giornale ha poi ricevuto minacce di morte. Anche il sito del giornale è stato preso di mira da pirati informatici, che hanno lasciato in homepage una foto della Mecca. Charlie Hebdo è detto anche la “Bête Noire”, la bestia nera dei fondamentalisti islamici. “L’onore della Francia è stato salvato da Charlie Hebdo”, aveva scritto Bernard Henri Lévy nel 2006 quando il settimanale satirico ripubblicò le vignette danesi su Maometto.
In quell’occasione il Consiglio francese musulmano aveva chiesto il ritiro delle copie, ma un tribunale ha poi scagionato la rivista. Philippe Val, allora direttore della rivista, firmò un manifesto contro l’islamismo assieme a Salman Rushdie, Taslima Nasreen, Ibn Warraq e Ayaan Hirsi Ali. Val fu anche uno dei pochi intellettuali, assieme a Claude Lanzmann e André Glucksmann, che difese il filosofo Robert Redeker dalla fatwa che lo aveva colpito in seguito alla pubblicazione di un testo critico sull’islam nel quotidiano Figaro.
Parliamo dell’attacco a Charlie Hebdo con Kurt Westergaard, il famoso vignettista danese all’origine della vicenda, in quanto autore della celebre caricatura di Maometto col turbante dinamitardo. Da allora, Westergaard vive minacciato di morte ed è anche scampato a un assalto dentro la propria abitazione, ad Aarhus. “Da Parigi a Copenaghen, ovunque oggi c’è un clima di terrore”, dice l’anziano artista al Foglio.
“Pochi giorni fa la polizia ha scoperto una cellula terroristica pronta a colpire il mio giornale, il Jyllands Posten, che oggi è protetto come un bunker. Anche casa mia ha una rete sofisticata di protezione e quando esco ho sempre delle guardie del corpo. La cosa triste e assurda è che in Danimarca non ci sono moschee da proteggere, ma io devo vivere nascosto. A Oslo poco tempo fa dovevo presentare un libro.
Ma la polizia un giorno prima ci chiese di lasciare il paese a causa del rischio attentati. Ci ha anche invitato a dire ai giornali che avevo avuto un attacco di cuore, per evitare il panico. L’Europa vive nella totale negazione del problema e oggi dobbiamo riflettere bene prima di usare la libertà di parola sull’islam. Siamo vittime dell’autocensura”.


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Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 11/11/2011, a pag. 3, l'editoriale dal titolo "Storia di un martirio copto".

La notizia esce in ritardo e non è stata rilanciata dai grandi media, ma vale la pena riprenderla. Un ragazzino egiziano di sedici anni è stato picchiato a morte dai suoi compagni di classe perché era cristiano. E’ successo il 16 ottobre scorso, una settimana dopo la strage di Maspero – ventotto manifestanti copti uccisi dall’esercito davanti alla sede della tv di stato – quando l’ondata di violenza religiosa era al suo massimo e al Cairo era sufficiente avere una croce sul cruscotto della macchina per rischiare di trovare il parabrezza sfondato.
Il delitto era stato classificato all’inizio come un episodio di bullismo finito malissimo, un litigio per un posto a sedere, ma il racconto che sta venendo fuori non lascia dubbi: il professore ha preso per la gola il ragazzo, Ayman Nabil Labib, “e l’ha quasi soffocato”, perché prima s’era rifiutato di coprire una croce tatuata sul polso – com’è comune fra i copti – e poi aveva tirato fuori da sotto la maglietta anche quella che portava al collo. Alcuni compagni si sono uniti al professore nel pestaggio e poi, quando Ayman è scappato dalla classe, l’hanno rincorso nei bagni e l’hanno ammazzato di botte.
Due di loro ora sono stati arrestati e, due settimane dopo la morte, il padre ha accettato di raccontare la storia. Il professore, che si è rivolto alla classe dicendo “Che cosa facciamo ora con lui?”, assieme a due bidelli che hanno indicato ai ragazzi dove andare a finire Ayman, non sono stati arrestati e nel frattempo sono scomparsi. E’ questa differenza di trattamento da parte dello stato che fa esasperare i copti.
Gli aggressori agiscono su uno strato sicuro di impunità garantita che parte dai litigi di cortile e sale fino alle massime autorità, che hanno platealmente mentito sulla strage di Maspero addossandone la colpa alle vittime e falsificando i dati. I copti si stanno organizzando per ottenere rappresentanza politica con le prossime elezioni, ma alcuni si trattengono, dicono che non va bene votare secondo il credo religioso, si finisce per isolarsi maggiormente dalla comunità. Toccherebbe ai militari proteggere le minoranze, ma per ora il sospetto è che vedano questi scontri come un altro pretesto per legittimare la propria permanenza al potere.


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Riportiamo dal REPUBBLICA di oggi, 12/11/2011, a pag. 21, l'articolo di Giampaolo Cadalanu dal titolo " Afghanistan, il martirio delle donne: madre e figlia lapidate per immoralità ".

Dedichiamo questo articolo alle femministe occidentali, sempre zitte di fronte alle discriminazioni subite dalle donne nei Paesi islamici e troppo occupate a difendere la presunta libertà di nascondersi sotto a un burqa nei Paesi occidentali.
Ecco il pezzo:

Sono seduti ai tavoli per le trattative di pace, con gli emissari dell´Occidente rivendicano un ruolo per contribuire a un Afghanistan "nuovo", con i giornalisti propongono un profilo moderato. Ma il volto feroce dei Taliban resta sempre lo stesso: gli attentati nel centro di Kabul, le lapidazioni, la giustizia sommaria. Quello che è successo giovedì a Ghazni, in una provincia controllata per gran parte dagli studenti coranici, sembra confermare che a dieci danni dalla sconfitta del regime guidato dal mullah Omar per le donne nulla è cambiato.
Una vedova e sua figlia sono state massacrate a colpi di pietre e poi finite con una pallottola in testa, perché ritenute «colpevoli di deviazione morale ed adulterio». Secondo la ricostruzione della polizia locale, gli assalitori hanno fatto irruzione di notte nella casa delle donne e le hanno uccise. Non è ben chiaro se ci sia stata una sorta di processo, alcune fonti dicono che sono state portate fuori con la forza, altre che sono state uccise in casa. Ma l´esame dei corpi ha confermato che prima di essere giustiziate le donne sono state colpite da sassi.
Il governatore di Ghazni, Musa Khan Ahmadzai, sostiene che a condannare le due donne sarebbe stata una sentenza del locale mullah, il quale le ha ritenute colpevoli di adulterio e prostituzione. Anche un vicino ha raccontato all´Agence France Presse che le due erano accusate di attività immorale, senza però precisare "da chi". E chissà se l´interrogatorio di due uomini fermati dopo il delitto potrà chiarire le reali responsabilità.
Ghazni, a metà strada fra Kabul e Kandahar, sembra essere un laboratorio per il ritorno al passato: i mullah chiedono apertamente ai fedeli di denunciare i casi di adulterio, le donne non escono di casa se non coperte dal burqa, le ragazze non vanno a scuola, persino ai matrimoni la sposa è separata dallo sposo perché il rumore dei tacchi femminili "turba" gli invitati uomini. È una regione che le forze Isaf dovrebbero passare ai governativi in tempi abbastanza brevi: ma sarebbe illusorio pensare che la giustizia islamica imposta dai Taliban possa essere sostituita in tempi rapidi da codici basati sulla certezza del diritto e sul rispetto dei diritti umani.
Anche se una rivendicazione esplicita dei Taliban per il delitto non c´è, a Ghazni come in altre zone controllate dagli studenti coranici la cultura integralista si consolida. Il "nodo" dei comportamenti inadeguati alle norme islamiche, da sempre un punto dolente nella cultura afgana, continua a causare l´uccisione o comunque la violenza su donne sospettate di adulterio: nel secondo trimestre di quest´anno sono stati 1026 gli episodi registrati dalla Commissione indipendente per i diritti umani, contro i 2700 di tutto l´anno scorso (e naturalmente i casi denunciati sono solo una parte). A volte sono gli stessi familiari o i vicini di casa a commettere i delitti, a volte sono bande di guerriglieri oi Taliban veri e propri.
In genere le esecuzioni ordinate dai gruppi di integralisti devono avere un valore "esemplare": è il caso di due donne che lavoravano in una base americana, uccise con l´accusa di prostituzione e abbandonate davanti all´ingresso della base due anni fa. Gli studenti coranici negano invece ogni responsabilità per la vedova incinta frustata e uccisa l´anno scorso nella provincia di Badghis. Accusano i media afgani di «voler solo diffamare il movimento». Ma al di là dei casi specifici, è chiaro che la cultura da cui nasce questa violenza è ben lontana dall´essere vinta.
Qualche esempio della legge islamica Sharia Parte 3



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Riportiamo da REPUBBLICA di oggi, 14/11/2011, a pag. 21, l'articolo dal titolo " Iran, le donne non possono sciare da sole ". Dal GIORNALE, a pag. 17, l'articolo di Francesco De Remigis dal titolo " La crociata islamica per spegnere la musica ". Da LIBERO, a pag. 19, la breve dal titolo " Giornalista donna intervista un salafita però deve farlo da un’altra stanza ".
Ecco i pezzi:

La REPUBBLICA  " Iran, le donne non possono sciare da sole "

TEHERAN  Sciare era una delle poche cose che le iraniane potevano ancora fare ufficialmente da sole, ma è stato improvvisamente proibito. Le sciatrici di Teheran l´hanno scoperto in questi giorni, arrivando ai campi vicini alla capitale, da poco ricoperti da una precoce nevicata, come segnalano i siti di Etedal Daily e Tabnak. Un avviso delle autorità appeso alle cabine delle sciovie spiega che nessuna donna può avvicinarsi alle piste se non accompagnata da un ghayem, una "guardia" o custode, ovvero l´uomo della famiglia, che sia padre, fratello, marito o un altro parente maschio.
Un rappresentante delle forze dell´ordine ha spiegato a Etedal Daily che l´avviso è stato appeso in tutte le stazioni sciistiche iraniane su ordine dei vertici della polizia. Scompare così un´altra piccola "libertà segreta" delle iraniane, che in cima alle piste, spesso, si permettevano di liberarsi il capo per godersi il vento e il sole. Tabnak, sito vicino ai conservatori moderati, critica la misura definendola un elemento che dà «un´immagine buia» dell´Iran e che è «insultante» per le donne, dato che impone una discriminazione in base al sesso.
Il sito arriva a dichiarare che con ciò si priva dei diritti civili metà della popolazione, chiedendo di ricordare come in Iran «milioni di donne sono istruite» e come siano di genere femminile due studenti universitari su tre. Insieme a quello dei campi da sci, il sito ha scoperto anche un altro nuovo divieto: le donne non possono più partecipare non accompagnate neppure alle visite turistiche del deserto di Maranjab.
Sono state alcune turiste a denunciarlo dopo essersi viste negare l´iscrizione al classico giro. Le nuove proibizioni si aggiungono a quella di andare in bicicletta, di fare sport non perfettamente coperte e in generale di uscire senza autorizzazione maschile. Tabnak conclude l´intervento critico in maniera religiosamente irreprensibile  e provocatoria: «Se proprio si vuole prevenire la corruzione nei costumi, perché devono subìre restrizioni solo le donne e non anche gli uomini corrotti?».

Il GIORNALE  Francesco De Remigis : " La crociata islamica per spegnere la musica "

La musica come incarnazione suprema del male, predicata da poche correnti estremiste dell’islam, ci ha fatto scandalizzare lo scorso dicembre, quando a Reggello, borgo della Toscana, si è scoperto che un imam chiedeva alla figlia di tapparsi le orecchie durante le lezioni di musica. Materia proibita dal padre, ma non dall’islam. Eppure,nell’arco di un anno, i casi si sono moltiplicati in molte città d’Europa. Dalla Spagna alla Gran Bretagna, dal Belgio alla Germania. Le correnti salafite incardinate nelle comunità islamiche stanno mettendo in circolo proprio il seguente divieto: studiare musica nelle scuole. Come se ciò che esce dal pentagramma fosse davvero materia del maligno.
L’ultimo caso arriva dalla Spagna, raccontato ieri dal Paìs, parla di una delle enclave più critiche del paese: Melilla. In una scuola media, trenta bambini suonano il flauto, uno no. Il motivo? L’imam della sua comunità lo vieta. La corrente che porta avanti questa «non pratica», è quella salafita che, nelle comunità marocchine, come Melilla, è cresciuta a vista d’occhio negli ultimi tre anni e mezzo. Come spiega Abdullah Mechnoune, imam di Torino, membro del comitato per l’islam italiano del Viminale e presidente dell’organizzazione islamica del mondo arabo europea “i nostri figlio devono convivere e imparare ciò che insegnano nelle scuole”.
La musica, in Europa, è materia obbligatoria quasi dappertutto. L’imam Mechnoune sottolinea che «in questi casi non si parla ad esempio di saltare l’ora della religione cattolica, ma quella di musica, che fa bene: imparare le note non significa che tu sei credente o non credente. Anzi, nell’islam c’è anche la musica,c’è l’arte».Eppure il trend salafita sta invadendo le comunità marocchine.
In Gran Bretagna sono arrivati perfino agli esposti diversi gruppi di genitori inglesi. Perché l’imam di Birmingham aveva vietato la musica nella comunità. L’inchiesta si poi allargata, portata avanti dalla Bbc, ed ha rivelato che ad esempio anche a moltissimi bambini somali, che studiavano presso scuole elementari inglesi, era impossibile partecipare alle lezioni di musica per “motivi religiosi”.
Mechnoune spiega che purtroppo «alcuni integralisti, nella loro ignoranza del Corano e delle regole della convivenza, impediscono l’integrazione in Europa,anche attraverso questi atti di discriminazione ». Altri casi si sono verificati in Germania durante le lezioni canto nelle scuole elementari di berlino e Amburgo.«Ma nel Corano c’è la musica, lo cantiamo: perché vietare». Il caso belga, dello scorso anno, è più o meno simile. E segue la scia delle imposizioni del 2009 di un imam di Anversa che, iniziando dal velo, è arrivato alla musica.

LIBERO  " Giornalista donna intervista un salafita però deve farlo da un’altra stanza "

Prove di informazione islamicamente corretta al Cairo: un candidato salafita, ultraconservatore, aveva posto come condizione per una intervista televisiva che la giornalista, che non porta il velo, fosse in un’altra stanza. Si è visto anche questo sabato sera alla tv egiziana: Abdel Madel della Jamaa al Islamiya ha acconsentito a rispondere a una delle star dell’emittente di Stato, Hala Sarhan, nel suo talk show a patto che la giornalista fosse in un’altra stanza. In caso contrario, l’integralista islamico aveva annunciato che avrebbe partecipato alla trasmissione solo telefonicamente. La giornalista infatti era in uno studio insieme agli altri ospiti della serata mentre l’esponente islamista si trovava collegato da un’altra stanza allestita apposta per lui.


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Riportiamo da LIBERO di oggi, 17/11/2011, a pag. 21, l'articolo di Alessandro Carlini dal titolo " L’Europa non vuol denunciare le violenze sulle donne ".

Ogni anno l’Unione europea spende milioni per sponsorizzare progetti di sviluppo nei Paesi africani e asiatici. Fiumi di soldi che finiscono spesso in iniziative inutili e di dubbio valore. Tranne in questo caso, in cui Bruxelles ha finanziato ma non distribuito un film sulla terribile condizione delle donne afgane imprigionate per i cosiddetti «crimini morali», come ad esempio l’adulterio o l’abban  dono del tetto coniugale. Non molto è cambiato infatti dai tempi dei talebani. Ma all’Ue, che si definisce difensore dei diritti umani in tutto il mondo, questo non importa molto.
Per evitare ogni tipo di conseguenza col governo di Hamid Karzai, che continua da anni a guidare l’Afghani  stan, ha preferito liberarsi del documentario, adducendo una serie di scuse. Il film in questione si chiama “InJustice: The Story of Afghan Women in Jail”, ed era stato espressamente commissionato dai burocrati di Bruxelles, che però quando hanno ascoltato le terribili esperienze delle due donne intervistate hanno preferito fare marcia indietro. Dicono che hanno scelto questa linea per evitare che le protagoniste siano oggetto di qualche forma di ritorsione da parte delle autorità afgane. In realtà si vuole censurare la terribile condizione che vivono centinaia di donne dietro le sbarre per «crimini» assurdi: si tratta della metà delle 300400 detenute nel Paese asiatico.
La storia più toccante è quella di una 19enne che è stata stuprata e messa incinta da un cugino. Non era sposata e così è stata condannata a 12 anni di carcere per sesso al di fuori del matrimonio, illegale in Afghanistan. Al suo stupratore non è stato fatto nulla. Il giudice ha proposto alla ragazza di uscire di prigione ma solo dopo aver sposato il cugino. Lei ha rifiutato. Così è ancora dietro le sbarre e sta allevando la figlia che è nata nel frattempo.
Fatti come questo accadono ogni giorno in Afghanistan e, secondo molti esperti di diritti umani, le condizioni delle donne non sono molto cambiate rispetto al passato. La società resta fortemente maschilista: c’è una vera e propria compravendita di spose e quei pochi diritti affermati dalle leggi vengono violati dall’integralismo islamico.
L’Europa se ne sta a guardare, anzi adotta una sorta di censura preventiva, per evitare che i suoi soldi vengano usati in modo utile. Regge ben poco anche la scusa di Bruxelles, riguardante la sicurezza delle intervistate. Anche perché le ragazze avevano dato la loro completa autorizzazione alla distribuzione del filmato al fuori dal Paese. Ma questo all’Ue non è bastato. In un’intervista concessa all’Associated Press, la 19enne stuprata ha detto che anzi sperava che si parlasse di lei e del suo caso nel resto del mondo e che ora sta perdendo ogni speranza di poter uscire di galera.
L’unica soluzione che le rimane è il matrimonio forzato col suo aguzzino. Basterebbe ben poco all’Ue per fare qualche seria pressione sul governo di Kabul, che riceve miliardi di aiuti internazionali, mentre i soldati della Nato, compresi quelli italiani, tentano di portare un po’ di pace al popolo afghano.


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=42348

Si estendono quelle piccole macchie di libertà (libertà dalla libertà, naturalmente), che si definiscono "zone controllate dalla shaaria". L'inizio è stato a Londra, ve lo ricordate, e ancora le zone dove le donne devono girare velate, gli infedeli e i rompiscatole della polizia o del parlamento non sono ammessi, la giustizia viene amministrata dagli imam, si estendono lentamente, ma con sicurezza: a Birmingham, Bradford, Derby, Dewsbury, Leeds, Leicester, Liverpool, Luton, Manchester, Sheffield, come pure a Waltham Forest (periferia nordorientale di Londra) e Tower Hamlets e Newham a est della capitale (http://www.melaniephillips.com/anothernogoareainlondonistan).
Adesso però è venuta la volta della Danimarca; ad Anversa in Belgio, dove è nata una corte coranica. Lo stesso è accaduto in Catalogna, dove una donna è stata rapita e condannata a morte a Reus per adulterio e a Terragona, dove un fedele di origini marocchine è stato disgraziatamente arrestato per aver fatto il suo dovere, cioè obbligato con la forza una donna a indossare il velo. (http://www.hudsonny.org/2530/denmarkshariahezbollah).
Sempre in Gran Bretagna, in Olanda e in Finlandia stanno andando avanti delle iniziative popolari per impedire la macellazione rituale e soprattutto la circoncisione dei bambini, con il risultato pratico che presto anche questi bellissimi stati potrebbero finalmente diventare judenrein, prive di ebrei, dato che senza circoncisione non vi possono nascere (http://jssnews.com/2011/11/07/lesjuifsdegrandebretagnedehollandeetdefinlandepourraientperdreleurjudaite/).


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I Fratelli musulmani sono “più pericolosi di Bin Laden”, almeno secondo l’iperbole della nota dissidente islamica Ayaan Hirsi Ali. Più pericolosi nel senso che stanno costruendo in politica e nel sociale quel sogno islamico totalitario che al Qaida non ha raggiunto con la guerra santa. Cl dovrebbe inoltre conoscere la prassi e la retorica anticristiana e antiebraica della più antica scuola islamica del mondo, è il suo core business. Un testo scolastico di questa università, dal titolo “al Iqna”, dice che se un musulmano uccide un musulmano merita la morte, ma se un musulmano uccide un cristiano la pena deve essere inferiore perché il superiore non può essere privato della vita per aver ucciso l’inferiore.
L’attuale imam di al Azhar, distinto per quanto possibile dal rettore “laico”, non fa segreto di giustificare contro Israele la “proliferazione degli attacchi suicidi che diffondono terrore nel cuore dei nemici di Allah”. Ne abbiamo avuto una prova la scorsa settimana: sette civili israeliani falcidiati a colpi di mitra da terroristi provenienti dall’Egitto. Nel 2009 una fatwa di al Azhar proibì la costruzione di nuove chiese, definite “peccato”. E un eminente accademico di al Azhar, Muhammad Imarah, ha pubblicato “Contro i cristiani”, libro che i copti hanno cercato di portare in tribunale.
Gli imam di al Azhar sono gli stessi, assieme ai Fratelli musulmani, che hanno reso fertile il terreno per la pugnalata all’apostata Naguib Mahfouz, Nobel per la Letteratura, e per l’uccisione di Farag Foda, raro liberale arabo. Suad Saleh, preside della facoltà di Studi islamici e arabi di al Azhar, ha legittimato la condanna a morte di chi abbandona l’islam per abbracciare il cristianesimo. Un certo cinismo è essenziale al dialogo religioso come al giornalismo. Ma c’è sempre il rischio della smemoratezza verso chi predica odio e rovina contro ebrei, cristiani e “infedeli” occidentali.


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=42503

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 05/12/2011, a pag. 14, l'articolo di Magdi Cristiano Allam dal titolo " L'Occidente impari dall'Egitto: con l'islam non c'è democrazia ". Da LIBERO, a pag. 17, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " Spiagge separate e legge del taglione. In Egitto gli islamisti sono al 65% e si sente".
Ecco i pezzi:

Il GIORNALE  Magdi C. Allam : " L'Occidente impari dall'Egitto: con l'islam non c'è democrazia "

Ora basta! Dopo la Tunisia, la Libia e il Marocco, gli integralisti e gli estremisti islamici sono al potere anche in Egitto. Lancio una supplica ai giornalisti: non chiamatela più «Primavera araba! Prendete atto che non si è trattato di una rivolta popolare perla libertà e la democrazia, che non è affatto nata dallo slancio spontaneo delle masse e che sarebbe stata successivamente tradita dalla ferocia dell'esercito e dalla spregiudicatezza degli islamici.
E una supplica ai politologi: non perdete altro tempo a fare paragoni con il nostro Risorgimento o il crollo del Muro di Berlino, rassegnatevi al fatto che la nostra Democrazia Cristiana non ha nulla a che fare coni movimenti islamici che fondandosi sui dogmi non interpretabili, assoluti, universali ed eterni del Corano e sul pensiero non criticabile di Maometto sono inequivocabilmente incompatibili conia democrazia sostanziale e con i diritti fondamentali della persona.
E una supplica al Vaticano e alle altre Chiese cristiane: se credete nella verità unica di Gesù smettetela di legittimare l'islam come religione di pari valore e dignità dell'ebraismo e del cristianesimo, mettete al bando la litania delle tre grandi religioni monoteiste, rivelate e abramitiche che pregherebbero lo stesso Dio e amerebbero in ugual modo il prossimo. E una supplica ai politici al governo dell' Occidente: affrancatevi dalla logica del male minore, non scommettete sui Fratelli Musulmani che sono i terroristi islamici taglialingua per liberarvi di Al Qaeda che sono i terroristi islamici taglialingua; non date in pasto alla Turchia di Erdogan e a un nuovo califfato ottomano le sorti dei popoli sulle sponde meridionale e orientale del Mediterraneo, sostenendo che Erdogan che nel 1998 fu arrestato e incarcerato per incitamento all'odio religioso dopo aver letto in pubblico una poesia che recita «i minareti sono le nostre baionette, le cupole sono i nostri elmetti, le moschee sono le nostre caserme», sarebbe laico, democratico e amico dell'Occidente.
Ora basta! Evidentemente la storia non ci ha insegnato nulla, ci siamo rapidamente dimenticati che anche Hitler, Mussolini, Khomeini e i despoti della nostra era contemporanea sono arrivati al potere attraverso il rito delle elezioni, imponendo subito dopo la loro dittatura. Non abbiamo compreso chele elezioni non sostanziano e non esauriscono la democrazia ma sono soltanto uno strumento della democrazia che si prestano ad essere strumentalizzate dai nemici della democrazia per legittimare la dittatura.
Ora basta! Rendiamoci conto che ovunque attorno a noi gli integralisti egli estremisti islamici islamici stanno conquistando il potere: Siria e Yemen stanno per capitolare, la Giordania è a rischio, il Libano è nella morsa del Hezbollah, i Territori palestinesi vivono sotto la scacco di Hamas, l'Arabia Saudita è una teocrazia islamica, l'Iraq è in balia di Al Qaeda, l'Afghanistan assiste al ritorno del potere dei Taliban, il Pakistan nucleare è preda dei fanatici di Allah e l'Iran naziislamico è a un passo dal possesso dell'atomica.
Ma soprattutto rendiamoci conto che nel nostro mondo globalizzato quest'islam integralista ed estremista è già dentro casa nostra. Ora basta! Se proprio a causa della nostra sottomissione al dio denaro e all'ideologia del relativismo non riusciamo a percepire cosa significhi ridursi a schiavi degli adoratori del dio islamico Allah, consideriamo attentamente le conseguenze deleterie che stanno subendo la popolazione cristiana autoctona, Israele e le donne musulmane. La subordinazione della donna come essere inferiore all'uomo è prescritta dal Corano, al pari della discriminazione degli ebrei e dei cristiani di cui si legittima l'uccisione unitamente agli apostati e agli infedeli. E
cco perché I'islam essendo dogmaticamente maschilista, misogino, intollerante e violento, viola i valori non negoziabili della sacralità della vita di tutti, della pari dignità delle persone e della libertà di scelta, risultando incompatibile con la democrazia. Ed ecco perché i musulmani che credono nei valori non negoziabili e anelano alla democrazia si trovano costretti ad affrancarsi dalla prescrizione del Corano e dall'esempio di Maometto. Ora basta, basta, basta!

LIBERO  Carlo Panella : " Spiagge separate e legge del taglione. In Egitto gli islamisti sono al 65% e si sente"

Peggio di così non poteva andare: non solo e non tanto per la prevista vittoria dei Fratelli Musulmani di Libertà e Giustizia che totalizzano il 36,62% dei voti, ma soprattutto per un inaspettato 24,36% agli integralisti salafiti di AlNur del partito della Costruzione e dello Sviluppo (che vuole spiagge separate, tagliare le mani ai ladri e pure la distruzione dei monumenti dei faraoni), più una serie di partiti minori che portano il totale degli islamisti addirittura al 65%. Questo, solo nelle grandi città del nord, Cairo, Alessandria e Delta del Nilo, in cui maggiore è l’influenza dei partiti laici.
Quando si voterà nelle regioni del sud, èdunque certoche ilquadro saràancorapiù grave. Il secondo dato, indica che la coalizione dei partiti laici, assemblata dal Partito degli Egiziani Liberi del tycoon copto Neguib Sawaris (proprietario in Italia del portale Libero.it) totalizza solo il 13,5% dei suffragi. Disastroso il risultato di al Adl, il partito che segna la continuità col disciolto Pnd di Mubarak, a dimostrazione che i generali egiziani, che continuano a detenere tutto il potere, in continuità sostanziale col regime di cui erano l’asse portante, non hanno nessuna capacità di attirare consensi.
Il farraginoso processo elettorale egiziano con tre turni elettorali distanziati, permetterà di comprendere solo tra mesi quale coalizione governerà il paese, ma alcuni elementi balzano già agli occhi. Il primo è che è bastato un finanziamento di poche decine di milioni di dollari da parte dei settori più retrivi dell’Arabia Saudita e dell’onnipresente emiro del Qatar per permettere agli islamisti oltranzisti di al Nur di conquistarsi un quarto dei suffragi. Voti che non permetteranno ad al Nur di giocare il suo peso nella coalizione di governo, perché la Fratellanza Musulmana ha tutto l’interesse di emarginarlo all’opposizione, ma che comunque avranno un peso specifico enorme.
Il secondo elemento è che il pur scarso risultato dei partiti laici dimostra che comunque un leader illuminato quale è Sawiris, è in grado di costruire nel paese arabo più importante un presidio tutt’altro che disprezzabile di democrazia e di liberalismo, ma che pesa su questo progetto il totale, assoluto disinteresse dell’Europa e degli Usa. A fronte dei milioni di dollari provenienti dai paesi arabi andati agli islamisti (che spesso hanno letteralmente comprato il voto con pane e carne distribuita nei quartieri più miseri), assolutamente nulla, né in termini di finanziamento, né di legittimazione politica è venuto ai liberali egiziani dall’Occidente.
Peggio ancora: da quando è presidente, Barack Obama ha decimato gli aiuti che George W. Bush versava alle organizzazioni politiche liberali egiziane. Il risultato è sconfortante ed è molto più grave in Egitto di quanto non lo sia stato in Tunisia, dove Ennhada, il partito dei Fratelli Musulmani, ha sì conquistato un quarto dei seggi, ma è stata contenuta dall’insie  me dei partiti laici che, pur divisi, hanno comunque conquistato nell’insieme la maggioranza assoluta dei seggi.
Un quadro commentato con sconforto dal presidente di Israele Shimon Peres: «Religiosi esaltati, fanatici e violenti cercano di bloccare la primavera araba, e di sventare la realizzazione delle speranze dei giovani; come al solito essi ricorrono all’odio verso Israele come scusa per le loro manchevolezze, come se quanto è accaduto in Tunisia, in Siria, in Libia o nelle Yemen avesse un legame qualsiasi con Israele». L’unica speranza residua è che i trionfatori di questo voto, i Fratelli musulmani, subiscano  come è possibile  l’egemonia del premier turco Tayyp Erdogan che li ha fortemente esortati nel suo viaggio al Cairo “a costruire uno stato laico e non confessionale”. In caso contrario, la sponda sud del Mediterraneo sarà fonte di tensioni  e guerre di portata difficilmente immaginabile.


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Cari amici, non sarete mica di quelli che vanno in giro dicendo "Buon Natale", spero... Non sapete che è proibito? "Peggio che la fornicazione, bere alcool, uccidere qualcuno"? Che ci crediate o meno, che siate cristiani, o ebrei o musulmani o qualcos'altro o non abbiate nessuna religione, mi raccomando, non dite queste paroline, "buon Natale", happy Christmas", "feliz Natividad" eccetera. Voi pensate che sia un semplice atto di cortesia, se ci credete la gioia sincera di un evento religioso, se non ci credete un partecipare benevolmente alla gioia dell'altro, comunque una civile consuetudine di augurare agli altri il bene.
E invece no, vi sbagliate, è una bestemmia, uno schifo, un insulto al cielo.
Chi lo dice? Un giovane ma dotto e pio dottore della legge islamica, che fa di nome Abu Mussab Wajdi Akkari, un libanese che è tornato all'Islam dalle perversioni dell'influenza occidentale, come spiega qui ( http://islamevents.com/speakers/speaker_detail.php?spid=32 ), insomma un missionario in quel mondo non islamico che molto gentilmente i musulmani chiamano dār alharb ("Dimora della guerra"), comunque una colonna delle Legge. Vi prego, guardatelo in questo breve video ( http://www.youtube.com/watch?v=FFW3ZNC8sjw ), godetevi la sua saggia eloquenza, solo così potrete capire la misericordia e la tolleranza dell'Islam.

Anche se non siete tanto convinti (colpa vostra, se uno non capisce il teorema di Pitagora o gli insegnamenti dell'Islam vuol dire che non è solo un po' stupido, ma anche ostinato), fate attenzione. Perché a giocare con gli idoli e la magia, tipo "buon Natale", si rischia grosso, almeno nei paesi veramente fedeli. Per esempio possedere dei libri di magia (chessò, le vite dei santi o un manuale di astrologia) in Arabia saudita può costare la vita: è appena accaduto a una signora (che dico, a un'orribile strega) di nome Amina bin Salem Nasser nella città di Qurayat in Arabia Saudita, che è stata giustamente decapitata ( http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/saudiwomanexecutedforwitchcraft.html ), non sappiamo se per aver preparato un minestrone che al marito è sembrato fatto con rospi e sangue mestruale, se per aver fatto visita ai vicini mascherata da Grande Cocomero con una zucca per Halloween, per aver fatto i tarocchi alle amiche o se per aver detto buon Natale a qualcuno che le ha fatto la spia ( http://www.newser.com/story/135321/amnestyinternationalcondemnsbeheadingofwomaninsaudiarabiaaccusedofbeingawitch.html ).
Fatto sta che, anche se non credete all'ottimo dottor Abu Mussab Wajdi Akkari, fate attenzione, questi sono giorni pericolosi, volete dire a qualcuno "buon nome", augurandogli di avere buona fama, o "buon Napoli", augurandogli il successo della sua squadra di calcio, fate a tempo a pronunciare due o tre sillabe, e subito qualcuno vi decapita alle spalle. E come dargli torto? Colpirne uno per educarne cento, come dicevano le Brigate Rosse – che nel frattempo fanno il tifo per l'Islam, il quale, come sostiene il professor Toni Negri, è anch'esso "moltitudine" per di più antiamericana e antisemita, dunque rivoluzionaria per definizione.


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La cacciata dei cristiani dai territori palestinesi
Manfred Gerstenfeld intervista Justus Reid Weiner

“ I territori contesi in Giudea e Samaria e nella Striscia di Gaza sono stati amministrati dall’Autorità Palestinese e, negli ultimi anni, parzialmente, da Hamas. Sotto questi regimi, la popolazione cristiana è stata vittima di violazioni dei diritti umani, tra i quali intimidazioni, aggressioni, furto di proprietà, attacchi armati contro chiese e altre istituzioni cristiane, disoccupazione, boicottaggio economico, torture, rapimenti, matrimoni forzati, violenze sessuali e ricatti".

“ I musulmani che si sono convertiti al cristianesimo sono i più esposti al pericolo, lasciati senza alcuna difesa di fronte alla crudeltà dei fondamentalisti musulmani. I dirigenti dell’Autorità palestinese e Hamas sono i diretti responsabili di molte di queste violenze. Gli arabi cristiani sono le vittime del regime semianarchico che li caratterizza".

Justus Reid Weiner è un avvocato che si occupa di diritti umani a livello internazionale ed è membro della Associazione Avvocati di New York e Israele. Suoi contributi sono pubblicati sulle riviste legali più importanti. Tiene abitualmente conferenze anche in Israele, dove insegna diritto internazionale all’Università ebraica di Gerusalemme.

Weiner ritiene che i crimini commessi contro gli arabi cristiani abbiano origine sin dalla nascita dell’islam.
” Cristiani ed ebrei hanno sempre dovuto sottostare a uno status di inferiorità, conosciuto con il nome di Dhimmitudine, che ha influenzato sino ad oggi l’attitudine delle società islamiche nei loro confronti. Ne è prova la persecuzione dei cristiani che vivono nei paesi musulmani.(1)

“ Israele è l’unica eccezione nel Medio Oriente dove la popolazione cristiana sin dal 1948 ha continuato a crescere, più del 400%. Inclusi anche cristiani non arabi, come i russi, che sono arrivati perché erano parte di famiglie miste ebraicocristiane.

“ In quanto Dhimmi, i cristiani che vivono nei territori controllati dai palestinesi subiscono restrizioni legali, politiche , culturali e religiose. Gruppi musulmani come Hamas e Jihad islamica hanno costruito una società basata sull’odio che già era un fondamento della società islamica da sempre. In più, l’Autorità palestinese ha adottato la legge islamica nella propria costituzione.

“ In simili condizioni, gli arabi cristiani sono diventati vittime di pregiudizi e atti criminali. Decine di migliaia di cristiani palestinesi hanno abbandonato le loro case per emigrare, non importa verso quale paese, l’importante era ottenere un visto di ingresso.

“ I dati demografici sono cambiati drasticamente. A Betlemme, la popolazione cristiana era l’80% nel 1950, Oggi è scesa al 15% ! Numeri che vengono tenuti accuratamente nascosti dall’Autorità palestinese. Nell’eventualità diventassero di dominio pubblico, sarebbero obbligati a spiegare il motivo di questo declino“.

Weiner spiega poi come sia stata la politica di Yasser Arafat a determinare questo calo demografico. “ Dopo che ottenne il controllo su Betlemme, vennero ridefiniti i confini municipali della città. Lo stesso Arafat ruppe con la tradizione affidando la carica di governatore a un musulmano. Il municipio di Betlemme, che secondo la legge deve avere una maggioranza cristiana, è caduto nella mani dei musulmani. Otto seggi su quindici del consiglio comunale sono ancora riservati ai cristiani , ma è Hamas che controlla il comune grazia alla alleanza con alcuni cristiani. Arafat coronò i suoi sforzi quando trasformò il monastero greco ortodosso accanto alla Chiesa della Natività nella sua residenza ufficiale a Betlemme. (2)

“ I problemi dei cristiani sono gli stessi in tutto il Medio Oriente. Nella società palestinese, gli arabi cristiani non hanno né voce né protezione. Non stupisce che cerchino di andarsene. A causa dell’emigrazione, che continua ormai da due o tre generazioni, il 70% dei cristiani che vivevano nel West bank o a Gaza, oggi vivono all’estero. Decine di migliaia a Sidney, Berlino, Santiago, Detroit e Toronto. L’emigrazione dei cristiani arabi è moltiplicata nell’ultimo decennio e non accenna a diminuire.

“ Si calcola che a Gaza vivano solo 1.500/3.000 cristiani su una popolazione di un milione e duecentomila musulmani. Forse meno di cinquantamila ne rimangono in tutto a Gerusalemme est, nel West Bank e a Gaza “.

Weiner conclude “ I crimini contro gli arabi cristiani nei territori contesi sono commessi da musulmani. Eppure molti leader cristiani palestinesi accusano Israele per questi crimini al posto ci chi li ha commessi. Patriarchi e arcivescovi di estrazione araba, per interessi personali o a causa di intimidazioni, nascondendo la verità mettono in pericolo la loro gente. Il loro comportamento è stato accettato da molti leader cristiani nel mondo occidentale. Altri, che invece conoscono i responsabili di questi crimini, hanno scelto di tacere “.

1) Paul Marshall and Lela Gilbert, Their Blood Cries Out (Nashville, TN: Thomas Nelson, 2007); Nina Shea, In the Lion's Den: A Shocking Account of Persecuted and Martyrdom of Christians Today and How We Should Respond (Nashville, TN: Broadman & Holman, 2007).

2 )Aaron Klein, "Media's TwoFaced Christmas Coverage: Muslims Driving Christians out of Bethlehem, but Media Outlets Choose to Blame Israel," Ynetnews, 24 December 2007, www.ynetnews.com/articles/0,7340,L3486144,00.html.

Manfred Gerstenfeld è Presidente del Consiglio di Amministrazione del Jerusalem Center for Public Affairs. Collabora con Informazione Corretta.

Il suo libro “Behind the Humanitarian Mask: The Nordic Countries, Israel and the Jews,” può essere scaricato gratuitamente da: http://www.jcpa.org/JCPA/Templates/showpage.asp?DBID=1&LNGID=1&TMID=84&FID=726&PID=0


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Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 27/12/2011, a pag. 15, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo " Ecco gli sterminatori di cristiani ".

La verità è che non lo vogliamo sapere, che per noi la guerra è stata cancellata dalla storia dai nostri pentimenti: la mente occidentale respinge con orrore particolare la guerra di religione, quella che mette in crisi il principio stesso della libertà di opinione. E non ne vuole sentire parlare anche quando la dichiarazione di guerra è patente, è larga come il globo terracqueo e sventola senza pudore lo stendardo della strage degli innocenti, del terrorismo contro gli oranti, una delle peggiori forme di violenza. Perché quando l'uomo prega è sacro nella tradizione universale, perché le case di Dio sono nella letteratura, nella storia il rifugio ultimo della creatura inerme. Delle guerre di religione l'Occidente ha remoto ricordo, quello ormai esecrato delle crociate medievali. Più avanti, travestiti da guerre di religione, troviamo scontri di potere fra reami e dinastie, razzismi esecrabili, avidità di ricchezza e territorio, ma né i cristiani né gli ebrei possono ammettere che al giorno d'oggi, proprio questo Natale, qualcuno si organizzi per fare più di cento morti in chiese come quella di Santa Teresa a Madalia nel Niger, a 45 chilometri dalla capitale Abuja, e a Jos capoluogo di Plateau, e nei giorni precedenti un po' in tutto il Paese.
Attacchi analoghi, quasi in tutto il mondo, sono cronaca corrente, quotidiana (Etiopia, Egitto, Indonesia, Turchia, Palestina, Iran, Irak, Kashmir, Algeria, Kenya, Afghanistan...) Insieme con la cronaca nigeriana, ecco ieri quella di una strage afghana a un funerale a Taloqan dove, fra i venti uccisi, l'obiettivo principale era Mutalin Bik, un comandante della polizia anti Talibano, e quindi anti estremismo religioso. Ma la cronaca degli ultimi anni ci conduce sulle tracce di una guerra frontale, contro la quale la Chiesa non osa protestare con determinazione, perché ciò risulta lesivo dei rapporti con l'Islam: quando un micidiale attacco contro i Copti che in Egitto fece decine di morti durante il Natale 2010, il Papa si fece avanti per difendere pacatamente la comunità cristiana, e l'Università di Al Azhar ruppe ogni rapporto col Vaticano definendole «un insulto», mentre i politici le giudicarono un'indebita intromissione. Le accuse di islamofobia fioccano ogni volta che si osa denunciare la pura cronaca: è la parte propagandistica della guerra che impone il silenzio sulle notizie che impacciano le operazioni. Ma è ormai sotto gli occhi di tutti che una sfida mortale è in atto fra l'Islam estremo e le altre religioni. In Nigeria si chiama Boko Haram, che vuol dire in lingua Hausa «l' educazione occidentale è peccaminosa ».
Ma tanti altri sono i gruppi che vogliono battere cristianità ed ebraismo per istituire il califfato universale di sette secoli or sono, e poi, di nuovo, ai loro occhi, vivo fino alla fine della prima guerra mondiale con l'Impero Ottomano. L'uso della violenza è considerato una indispensabile necessità, la jihad non esita a usarla contro gli infedeli, contro i convertiti, contro le donne che non adottano la sharia, «contro i crociati e gli ebrei».
Questa formula la usò come manifesto politico Osama Bin Laden per la prima volta nel '98 dichiarando loro guerra. Allora sembrò una definizione infantile, mentre le sue profondità hanno afferrato l'anima sia sunnita (cui Bin Laden apparteneva) che Shiita (basta pensare ai continui richiami alla inimicizia intrinseca con l'occidente di Ahmadinejad): essa sparge sangue a fiumi fino ad oggi, non si placherà, non ascolterà né proposte né adulazioni.
Il dettato è radicato nelle scritture e nei discorsi degli imam estremisti, cui si oppongono talora coraggiosi moderati: «I cristiani sono infedeli, nemici di Allah...», «Fai loro la guerra finché non esisterà più l'idolatria e la religione di Allah regnerà suprema», «Allah umilierà i non credenti», «Quando si concluderanno i mesi sacri, uccidi gli idolatri ovunque li troverai. Arrestali, assediali, tendi loro agguati ovunque potrai».
Ci sono parecchi comandamenti assai peggiori, li lasciamo da parte. Essi sono quelli che hanno spinto Laskar Jihad a chiamare «maiali » i diecimila cristiani uccisi in Indonesia fra il 2000 e il 2002, quelli che conducono Hamas a scrivere nel loro statuto che ogni albero e masso chiamerà il credente per uccidere l'ebreo che si nasconde dietro di loro.
È un grande esercito, che ha fatto fuggire dal Medio Oriente quasi tutti i cristiani, che rende un inferno persino il Natale dei cristiani in tutto il mondo, che dichiara guerra.


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Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 03/01/2011, a pag. 113, l'articolo di Massimo Alberizzi dal titolo "Ultimatum ai cristiani".

In Nigeria ultimatum ai cristiani: «Via tutti entro tre giorni o morirete». La minaccia viene dagli integralisti legati
ad Al Qaeda dopo la strage di Natale nelle chiese del Paese. Ultimatum degli estremisti islamici di Boko Haram alla comunità cristiana che vive nel nord della Nigeria: «Avete tre giorni per andare via, altrimenti ne subirete le conseguenze». Abdul Qada, portavoce della setta, ha parlato con i giornalisti al telefono; una veloce conferenza stampa in lingua hausa, la più diffusa nelle zone settentrionali del Paese, per annunciare la decisione degli estremisti. Qada ha anche sostenuto che i militanti attaccheranno l'esercito e la polizia, incaricati dal presidente nigeriano Goodluck Jonathan di rafforzare lo stato di emergenza proclamato sabato scorso in 4 stati a maggioranza musulmana. «I soldati — è la tesi di Qada — uccidono solo gli innocenti musulmani. Loro proteggono i cristiani e noi dobbiamo difendere i nostri fratelli».
Il giorno di Natale i terroristi hanno fatto saltare diverse autobomba vicino a chiese cristiane provocando 49 morti e decine di feriti. «Goodluck Jonathan — ha sottolineato Qada — sabato è andato a visitare una chiesa cristiana vicino Abuja (la capitale della Nigeria, ndr), ma mai è andato in una moschea, dopo i massacri di musulmani avvenuti durante le violenze postelettorali dell'anno scorso».
Ma il capo terrorista sa bene che contro i suoi fratelli correligionari c'è il rischio di rappresaglie e vendette e sa benissimo che si potrebbe innescare una corsa alla violenza con conseguenze imprevedibili. Ecco perché, forse, ha concluso così: «Consigliamo a tutti i musulmani che vivono nel Sud di tornare a casa. Sappiamo che potrebbero essere attaccati e subire violenze». Le forze di sicurezza che operano nei quattro Stati, dove è stata proclamata l'emergenza, Borno, Plateau, Niger e Yobe, hanno visto accresciuti i loro poteri. Possono arrestare chi vogliono e entrare in qualunque casa senza mandato.
L'obbiettivo è schiacciare i terroristi di Boko Haram, ma sinora i risultati sono stati piuttosto deludenti. Dopo i sanguinosi attentati di Natale, centinaia di persone sono finite in manette ma gli organizzatori degli attacchi non sono stati presi e neppure identificati. Gli analisti sostengono che Boko Haram sia legato ad Al Qaeda o per lo meno ai grupAttacchi I terroristi hanno anche sostenuto che i militanti attaccheranno l'esercito e la polizia perché «difendono i cristiani» pi sovversivi che operano a cavallo del Sahara, come Al Qaeda per un Maghreb islamico. Ma le posizioni delle varie organizzazioni sono assai differenti: i membri della setta nigeriana sono fanatici che negano la scienza e ritengono che Bibbia e Corano siano i testi di riferimento cui affidare la propria conoscenza: credono, ad esempio, che la terra sia piatta e che la pioggia non sia dovuta alla condensa che si aggrega nelle nuvole, ma un dono divino.
I terroristi che operano invece nel deserto (in questo momento tengono in ostaggio due donne italiane, Rossella Urru, rapita il 23 ottobre, e Maria Sandra Mariani, sequestrata il 2 febbraio 2011) hanno un'agenda più criminale che politica. Le violenze di Boko Haram, il cui nome in lingua hausa vuol dire «Vietata l'educazione occidentale», non risparmiano comunque neppure i musulmani considerati troppo morbidi e peccatori impenitenti. In una società multietnica come quella nigeriana, per esempio, gli alcolici sono di libera vendita e di largo consumo.
La povertà poi induce molte giovani, anche devote ad Allah, a prostituirsi e guadagnare così qualche soldo. Pratiche considerate in effetti sacrileghe dagli invasati di Boko Haram. Molti leader musulmani hanno preso le distanze dal gruppo estremista anche se, a questo punto, anche loro rischiano rappresaglie perché considerati traditori. Alhaji Lai Mohammed, segretario dell' Action Congress of Nigeria, ha sostenuto che lo stato d'emergenza non serve a nulla, se non è sostenuto da tutta la società civile nigeriana, di ogni fede, politica e religiosa: «Se falliamo nella guerra contro il terrorismo, dovremo pagarne le conseguenze che potrebbero portare alla disintegrazione del Paese». Boko Haram è attiva in Nigeria dal 2009. Si calcola che nel 2011 i suoi militanti abbiano ammazzato non meno di 500 persone.

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ho pensato di fare un'appendice con le più belle fatwe del 2011, che ho ricavato da una pagina apposita, che vi invito a leggere evitando ogni sospetto di islamofobia, perché è stata pubblicata da un signore che si chiama Guevara Abu Daka sulla televisione satellitare Al Arabiya (http://english.alarabiya.net/articles/2011/12/30/185341.html). Una fatwa, lo sapete, è un giudizio islamico, che vincola i fedeli a certi comportamenti o ne proibisce degli altri. Queste sono tesori di spiritualità, che ci insegnano come dev'essere superiore la vita di un autentico credente. La prima fatwa è stata emessa da un predicatore anonimo in Europa, ma si è fatta strada qualche settimana fa fin sulle pagine dei giornali. Sappiate dunque che alle signore è rigorosamente proibito, dal punto di vista della morale islamica, mangiare verdura dalla forma fallica, come banane cetrioli e carote. Moralità o invidia? A voi decidere

Ci sarebbe poi la decisione di un certo imam marocchino, capo dell'associazione per la ricerca giuridica di quel fortunato paese, il quale ha stabilito che gli uomini possono benissimo fare sesso con le loro mogli appena defunte, non si capisce bene se per consolarsi o per sentirsi in un film di Bunuel. La ragione giuridica è incontestabile: non esiste nulla nel corano che proibisca il sesso coi cadaveri.

Da notare anche la proibizione emessa dal movimento somalo alShabaab alMujahedin contro il consumo di certi dolcetti tradizionali ripieni di carne chiamati sambousak : il fatto è che hanno forma triangolare e coi loro tre lati richiamano pericolosamente la Trinità.

In Egitto, lo Sheikh Amr Sotouhi, capo del comitato della preghiera islamica dell'Università Al Ahzar, ha stabilito che non ci si può sposare con figlie di esponenti del passato regime, perché sono portatrici di corruzione. Consolante invece che sempre in Egitto il predicatore islamico Mohamed alZoghb abbia stabilito che ai fedeli islamici è permesso cibarsi di carne di jinn, cioè più o meno di diavoli e altri esseri soprannaturali (http://it.wikipedia.org/wiki/Jinn). Purché non siano messi in tramezzini triangolari, ovviamente. Il che certamente è un bel vantaggio, con la crisi alimentare ed economica di quei paesi. Come vedete la giurisprudenza islamica, oltre che fantasiosa, è anche tollerante e piena di misericordia.


http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=43209

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 31/01/2012, a pag. 21, l'articolo di Guido Olimpio dal titolo " Canada, afghano uccide le tre figlie 'per onore' ". Dalla STAMPA, a pag. 19, l'articolo dal titolo " Partoriva solo femmine. Strangolata dal marito ".

CORRIERE della SERA  Guido Olimpio : " Canada, afghano uccide le tre figlie 'per onore' "

WASHINGTON — Nella famiglia Shafia ognuno aveva un ruolo. Dettato da un codice feroce. Un codice «d'onore» (perdonateci la parola), basato sul credo del capo, Muhammad, un commerciante d'origine afghana trasferitosi in Canada. Lui era il padrepadrone. Il figlio Hamed faceva la sentinella dei costumi. La madre Tooba, la guardiana. Poi c'erano la «schiava», la prima moglie Rona, e le vittime, le figlie Zainab, 19 anni, Sahar, 17, Geeti, 13. Volevano una vita normale, con le piccole e grandi libertà rivendicate dai giovani. Frequentare ragazzi, andare alle feste, potersi scegliere le amicizie. Uno stile occidentale sgradito al patriarca, il severo Muhammad. Che, davanti a quella che riteneva una mancanza di rispetto e una sfida insolente, ha deciso una punizione estrema. Senza appello.
I corpi delle tre figlie e della prima moglie sono stati trovati, il 30 giugno 2009, all'interno della loro auto. La vettura era finita in un canale a Kingston, Ontario. «Un incidente — hanno sempre sostenuto Muhammad e Hamed —. Stavano provando l'auto e sono finite in acqua». Tesi ridicola respinta dal tribunale canadese che ha condannato i due, insieme a Tooba, all'ergastolo. Per l'accusa le donne sono state uccise in un altro luogo e poi i killer hanno organizzato la messinscena che non ha ingannato la corte. Il verdetto ha subito riacceso l'attenzione sui cosiddetti «delitti d'onore» e su quanto avviene in alcune famiglie integraliste. Un'attenzione respinta da alcune associazioni musulmane per le quali si sarebbe trattato di un «incidente domestico».
Un «incidente» preceduto da anni difficili. Un sentiero di violenza e soprusi che forse poteva essere fermato. Durante il processo è emerso in modo chiaro il regno nero imposto da Muhammad. La sua poteva essere una storia di successo. Buon lavoro, agiatezza, una bella famiglia insieme alla quale lascia nel 1992 l'Afghanistan. Prima vive in Pakistan, quindi Australia e Dubai. Poi nel 2007 Muhammad, 58 anni, porta tutti in Canada. Oltre ai quattro figli ci sono le due mogli. Un caso di poligamia in sfregio alle leggi. Lui, infatti, ha deciso di sposare Tooba, 42 anni, in quanto la prima compagna, Rona, non poteva avere bambini.
Sotto il tetto di casa ci sono ordini da eseguire e tradizioni da seguire. È il padre a decidere e quando è in viaggio passa le consegne al figlio Hamed. I maschi, per mantenere la loro legge interna non vanno troppo per il sottile. Per un anno Zainab non viene mandata a scuola perché hanno scoperto che ha un fidanzatino pachistanocanadese. Lei a un certo punto scappa e cerca rifugio in un centro di assistenza. Ma in seguito torna in famiglia. Problemi anche per Sahar che ha un amico cristiano e per Geeti. Quest'ultima salta spesso le lezioni e in un paio di occasioni è rimandata a casa per problemi disciplinari.
In realtà era il tentativo di attirare l'attenzione su quanto avveniva. La polizia recupererà, in seguito, il diario di Rona — la prima moglie — dove svela percosse e umiliazioni. Racconti che trovano conferme nelle intercettazioni ambientali condotte durante le indagini. In una Muhammad sputa veleno sulle figlie morte, le definisce «prostitute», si augura che Satana «defechi sulle loro tombe». Da un'altra dichiarazione si comprende chiaramente che l'uomo è ben felice di quanto avvenuto. Altro che incidente domestico. «Basta tradimenti, basta violazioni — afferma Muhammad — Anche se mi impiccheranno nulla mi sarà più caro del mio onore». Parole che dovrebbero far riflettere quanti cercano giustificazioni per degli assassini. Per nulla pentiti. Shafia e il figlio presenteranno appello.

La STAMPA  " Partoriva solo femmine. Strangolata dal marito "

Voleva il maschio. La moglie era rimasta incinta una terza volta e, dopo due femmine, sperava nell’erede. E invece, tre mesi fa, è nata la terza femmina. L’uomo non ha perdonato la moglie e così, con la complicità della madre, l’ha strangolata. L’agghiacciante vicenda è avvenuta in un villaggio remoto nella provincia settentrionale afghana di Kunduz. L’uomo, Sher Mohammad, 30 anni, aveva minacciato diverse volta la moglie, identificata con il nome di Storai, perché voleva il maschio. In base a quanto ha riferito la polizia locale, la vittima è stata strangolata dal marito  un membro della milizia locale  con l’aiuto della madre sabato scorso nel villaggio di Mafli.

La polizia ha arrestato la suocera della vittima ed è alla ricerca del marito, che è riuscito a fuggire ed è tuttora latitante. Il capo della polizia del distretto, Sufi Habibullah, sostiene che il giovane ha trovato rifugio presso uno dei boss locali di nome Qadir, alla guida di un commando di 30 uomini armati. «Finché sarà protetto dal boss locale non potremo arrestarlo», ha detto Habibullah.

La responsabile del dipartimento per le questioni femminili, Nadera Gayah, ha confermato che Sher Mohammad aveva avvertito diverse volte la moglie che ci sarebbero state conseguenze gravi se non avesse partorito un maschio. Gayah ha definito l’uccisione di Storai il peggior esempio di violenza contro le donne mai verificatosi nel Paese.

Qualche esempio della legge islamica Sharia Parte 4



http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=115&sez=120&id=43395

Ragazzo saudita rischia la vita per aver espresso un'opinione su Maometto via twitter

“Nel giorno del tuo compleanno non mi inchinerò davanti a te; di te amo alcune cose ma ne detesto altre, e sul tuo conto ci sono molte cose che non ho capito”

Cari amici, immaginate che qualche ragazzo ebreo scrivesse qualcosa dl genere sul suo blog il giorno della festa per il compleanno di Mosè o di Isaia o di Rabbi Akivà  feste che guarda caso, non ci sono. O che un ragazzo cristiano postasse una frase così su Facebook in occasione del compleanno di San Giovanni Evangelista o di San Paolo  e anche queste, per quel che ne so, non sono feste cristiane. E' abbastanza chiaro: non sarebbe successo proprio niente.
Niente dal punto di vista religioso, credo: non mi sembra che tecnicamente si tratti di una bestemmia vera e propria, semplicemente di una certa insofferenza verso profeti e autorevoli uomini di fede. Niente soprattutto dal punto di vista civile. In Italia, esisteva fino a qualche decennio fa un articolo del codice penale, il 724, per cui "Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità [o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato], è punito con l’ammenda da lire ventimila a seicentomila."
Comunque era un'ammenda e niente di più. Ma nel seguito le cose sono cambiate: la Corte costituzionale, con la sentenza 440 del 1995, ha dichiarate costituzionalmente illegittime le parole fra parentesi, per cui solo la bestemmia contro la Divinità e non quella contro "i simboli o le persone venerate" è rilevante. Poi è intervenuto il decreto legislativo 57 del 1999 che punisce la bestemmia con la sanzione amministrativa pecuniaria da 51 euro a 309 euro: si parla di “sanzione amministrativa pecuniaria”, e non più di “ammenda”; si sottolinea cioè il fatto che bestemmiare non sia più reato, ma solo illecito amministrativo. (http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=1077). In ogni caso, la frase riportata sopra difficilmente si può dire propriamente bestemmia, perché è educata, non contiene insulti, non dissacra affatto la divinità, semplicemente esprime un atteggiamento di dubbio e di indipendenza di pensiero.

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